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Comunicati stampa
Venerdì, 13 Novembre 2015 11:19

In ricordo del professor Giorgio Cavallini

Si è spento ieri mattina, all'età di 72 anni, il professor Giorgio Cavallini, per molti anni ordinario di Strutture aerospaziali alla facoltà di Ingegneria dell'Università di Pisa. Il professor Cavallini, insignito dell'Ordine del Cherubino nel 1987, aveva ricoperto nel corso della sua carriera numerose cariche istituzionali, come ricorda il professor Luigi Lazzeri nello scritto commemorativo che pubblichiamo qui sotto.  

Le esequie del professor Giorgio Cavallini saranno celebrate oggi, venerdì 13 novembre, alle 15.30, nella Chiesa di San Nicola.

 

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cavalliniIl prof. Giorgio Cavallini, nato a Siena il 22 aprile 1943, ha conseguito la laurea in Ingegneria Aeronautica presso la facoltà di Ingegneria dell’Università di Pisa il 23 Novembre 1968, conseguendo il Premio Nazionale “G. Crocco”. Subito dopo la laurea è entrato come borsista nell’allora Istituto di Aeronautica, diretto dal Prof. Lucio Lazzarino e, nel Maggio 1970, è stato nominato assistente alla cattedra di Tecnologie Speciali Aeronautiche, tenuta dallo stesso prof. Lazzarino.

A partire dall’anno accademico 1972/73 gli è stato affidato dalla facoltà di Ingegneria l’incarico di insegnamento di Strutture Aeronautiche, corso di nuova istituzione che egli ha inaugurato e che ha tenuto per tutta la sua carriera accademica; il corso è infatti stato prorogato poi per tutti gli anni successivi fino all’anno 1980/81 in cui, a seguito di concorso, dello stesso corso di Strutture Aeronautiche ha conseguito la Cattedra. Per merito di Giorgio Cavallini, Strutture Aeronautiche è stato un corso fondamentale nella formazione degli ingegneri aerospaziali pisani, la cui alta formazione nel campo strutturale è ben nota negli ambienti accademici ed industriali, sia nazionali che internazionali.

Con Giorgio Cavallini il Laboratorio di Strutture, prima dell’Istituto, poi del Dipartimento di Ingegneria Aerospaziale, è diventato un centro di ricerche famoso a livello internazionale. Si tratta di un Laboratorio in cui vengono condotte ricerche di base sulle strutture e sulle tecnologie utilizzate nelle costruzioni aeronautiche e spaziali e, esempio per tutte le Università Italiane, per la qualificazione a fatica e statica di componenti industriali. Con Giorgio Cavallini il Laboratorio è diventata la sede di riferimento, certificata, delle industrie aerospaziali europee e americane; in esso sono state qualificate le strutture in materiale metallico e in composito prodotte dalle più importanti industrie aerospaziali del mondo.

Giorgio è stato l’anima di questa impresa, pur con la collaborazione di tutti i docenti dell’area strutturale e dei tecnici del Dipartimento. Il Laboratorio, esempio assai raro in Italia e non, è stato creato con il solo lavoro dei componenti del Dipartimento; molte delle macchine, degli apparati servo idraulici, delle elettroniche di controllo e tutte le infrastrutture sono state progettate all’interno e il loro acquisto è stato possibile in massima parte contando sui soli fondi dei contratti di ricerca con l’industria; nessun contributo significativo è stato chiesto alla pubblica amministrazione per questa impresa.

Con queste premesse, Giorgio ha sempre difeso, con la sua nota forza, la figura del professore universitario italiano e non si è mai spianato su posizioni polemiche verso questa categoria che sono spesso circolate nei media italiani in un modo che egli giudicava populista, generalista ed ignorante. Il suo contributo alla ricerca applicata nelle strutture aeronautiche rimarrà nella storia della nostra istituzione. Nel corso della sua carriera il Prof. Cavallini ha svolto una considerevole attività scientifica, nella quale ha affrontato vari ed importanti argomenti nelle costruzioni aerospaziali: progettazione ottimizzata di strutture aeronautiche, analisi teorica e sperimentale di fenomeni di instabilità e dinamici di strutture aerospaziali, fenomeni di fatica e meccanica della frattura nei componenti tipici delle costruzioni aeronautiche, progettazione probabilistica ed analisi di rischio delle strutture aeronautiche ecc.
Ma Giorgio Cavallini ha donato le sue enormi energie anche al servizio della Istituzione, alla sua Università.

Dal 1982, anno di istituzione, al 1984, il Prof. Cavallini è stato nominato Vice Direttore del Dipartimento di Ingegneria Aerospaziale e dal 1984 al 1989, per due mandati successivi, è stato Direttore del medesimo, contribuendo in maniera sostanziale al raggiungimento di un prestigio internazionale da parte del pur piccolo Dipartimento.

Dal 1985 al 1989, per due mandati consecutivi, è stato eletto quale rappresentante dei Professori Ordinari nel Consiglio di Amministrazione e dal 1989 al 1992 è stato il Pro-Rettore Vicario della Università.

Dal 1992 al 1998 è stato Presidente del Consiglio di Corso di laurea in Ingegneria Aerospaziale; dal 1994 al 2002 è stato membro del Senato Accademico; dal 1998 al 2006 è stato nuovamente eletto Direttore del Dipartimento di Ingegneria Aerospaziale e dal 2001 al 2006 è stato Presidente del Collegio dei Direttori di tutta l’Università.

Per i suoi meriti didattici, di servizio e scientifici è stato insignito dell’Ordine del Cherubino, massima onorificenza della Università di Pisa verso i suoi professori illustri.
Infine i suoi colleghi e amici non dimenticheranno mai la sua lealtà specchiata, la sua onestà intellettuale, la sua concretezza nell’affrontare i problemi dell’Ingegneria, il suo linguaggio colorito anche se condito dalla forza espressiva che lo ha sempre contraddistinto; neppure dimenticheremo la dignità nell’affrontare la sua malattia e la sua fierezza anche nella sofferenza; un esempio mirabile, una scuola di vita e di dignità, degne della sua vita intensa.
Giorgio ci mancherà.

Luigi Lazzeri

sme2Tra le 155 piccole e medie imprese italiane finanziate dall’Europa con lo SME Instruments ci sono anche sei spin off dell’Università di Pisa. JOS Technology, TEA Sistemi, INGENIArsECONBOARD, IVTech e WITECH sono state selezionate tra migliaia di partecipanti (669 solo dall’Italia) e hanno ottenuto 50.000 euro destinati all’approfondimento del business plan. Il programma SME Instruments fa parte di Horizon 2020 ed è pensato appositamente per le PMI (SME – micro, small and sedium-sized enterprises) che rappresentano una significativa fonte di crescita e occupazione in Europa.

La finalità è sostenere le attività di ricerca e di innovazione e le capacità delle PMI nel corso delle varie fasi del ciclo di impresa: una prima fase in cui viene dato un finanziamento destinato a esplorare la fattibilità e il potenziale commerciale dell’idea progettuale (quello che hanno ottenuto gli spin off pisani), una seconda in cui le PMI ottengono una sovvenzione per attività di ricerca e sviluppo con focus sulle attività dimostrative, una terza che prevede misure di supporto e attività di networking per lo sfruttamento dei risultati.

JOS PanelJOS Technology ha partecipato al bando proponendo la sua Energy Surface, un innovativo sistema di conduzione elettrica senza fili ad alta potenza ed efficienza, in grado di portare energia elettrica in basso voltaggio su superfici molto ampie con un unico alimentatore.

TEA Sistemi, attiva nell’innovazione tecnologica nel campo dell’energia e dell’ambiente, ha proposto TherVIS, un sistema per la mappatura delle prestazioni energetiche degli edifici di grandi estensioni e per il rilevamento automatico dell’integrità strutturale di infrastrutture civili.

Econboard 1

INGENIArs opera nel settore delle ICT ed è specializzata nella realizzazione di soluzioni tecnologiche hardware e software all’avanguardia per rispondere alla crescente domanda di innovazione in ambiti strategici quali spazio, telemedicina e automotive.

ECONBOARD sta industrializzando tre brevetti rivoluzionari che introducono nella nautica il concetto della modularità proprio del settore ferroviario e automotive per ottenere mezzi da trasporto ibridi, a basso inquinamento ondoso e intrinsecamente più ecologici e versatili. 

IVTech ha presentato un progetto per industrializzare un prodotto “high throughput” integrando le tecnologie fluidiche di IVTech con quelle dell’azienda Tedesca CellTool, esperta nella microscopia Raman per la ricerca di biomarcatori di malattie metaboliche.

WITECH è una delle principali società di soluzioni e servizi in modalità managed operanti nel mercato delle telecomunicazioni, con un focus sulle tecnologie wireless di nuova generazione. WITECH ha presentato il progetto APA, acronimo di “Air Pollution Abatement”.

Giovedì, 12 Novembre 2015 12:38

A Pisa i migliori studenti dalla Cina

china scholarship council copiaL’Università di Pisa ha firmato un accordo specifico con il China Scholarship Council (CSC), l’agenzia governativa cinese dipendente direttamente dal Ministero dell’Educazione che offre borse di studio agli studenti eccellenti per studiare all’estero. La collaborazione prevede l’accoglienza da parte dell’Ateneo pisano di 50 studenti eccellenti da loro selezionati per frequentare i corsi di laurea - triennale e magistrale - in Lingua italiana e in Lingua inglese. La selezione e l’accettazione di questi studenti dovrà ovviamente rispettare i criteri di ammissione dell’Ateneo. Sempre con il CSC è in corso di definizione l’estensione dell’accordo per accogliere 40 studenti PHD.

Zhejiang Ocean UniversityGli accordi con il CSC sono stati stipulati durante la recente visita in Cina da parte di una delegazione dell’Ateneo pisano, guidata dal prorettore per l’Internazionalizzazione Alessandra Guidi. I rappresentanti dell’Università di Pisa hanno partecipato a grandi eventi dedicati alla formazione superiore, tra cui la IGSF Recruitment Fair organizzata dal CSC e il China Education Expo 2015 di Pechino.

cappellini cina

La delegazione ha inoltre visitato la Zhejiang Ocean University, con la quale è stato appena attivato un doppio titolo relativamente alla laurea magistrale in Biologia marina. I docenti dell’Ateneo pisano partiranno a gennaio 2016 per tenere un ciclo di lezioni nell’università cinese. Inoltre ha incontrato il Management Board del Liceo Caoyang di Shanghai (il secondo per importanza della città), dove è presente un dipartimento per l’insegnamento della lingua italiana e con il quale è in corso di valutazione un apposito accordo finalizzato all’accoglienza dei loro studenti.

 

  

Nelle foto: 
1. In alto a sinistra la visita alla Zhejiang Ocean University 
2. In basso a destra l'incontro con gli studenti del Liceo Caoyang di Shanghai

Giovedì, 12 Novembre 2015 12:03

I Nomi, questi 'conosciuti'

Dal 12 al 14 novembre 2015, l’Università di Pisa ospita il XX convegno annuale dell'Associazione “Onomastica & Letteratura”. Nata nel 1994, l’associazione ha come obiettivo la diffusione e la promozione di ricerche di onomastica letteraria nella letteratura italiana e straniera attraverso giornate di studio, seminari e convegni collegati con questo ambito disciplinare, nonché la pubblicazione dei relativi atti e di saggi concernenti l’onomastica letteraria.
Pubblichiamo qui di seguito una riflessione della professoressa Donatella Bremer, che parla de «I Nomi, questi “conosciuti”».

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names 1Molti di noi portano nomi divenuti di moda attraverso opere letterarie, teatrali, musicali, cinematografiche, ma pochi si chiedono da dove questi provengano e il perché siano stati scelti per individuare un determinato personaggio, con le sue virtù, i suoi vizi, la sua storia. Allo stesso modo, per molta parte della critica letteraria e della stilistica, i nomi propri che costellano romanzi, componimenti poetici, melodrammi, vengono bypassati, o quantomeno non analizzati come meriterebbero. C’è chi ha detto che interessarsi dei nomi in letteratura è come esaminare il francobollo che sta sopra una lettera. Niente di più improprio.

Lo studio del valore che la creazione, l’impiego e l’interpretazione di un nome proprio, sia esso un nome di persona, un nome di luogo o un altro tipo di nome, rivestono in un’opera letteraria è infatti già presente nei trattati di retorica classica e medievale nonché, in concreto, nelle opere degli autori stessi, a partire da Omero ed Esiodo. E interpretazioni di carattere onomastico ricorrono nella critica e nella storiografia letteraria di ogni epoca e orientamento, fornendo all’esegesi di un testo preziosi tasselli, se non addirittura potenti grimaldelli atti a scardinarne il significato profondo.

Perché lo studio dei nomi, che raramente viene condotto fine a se stesso, si colloca all’interno dell’interpretazione critica complessiva di un’opera, di un autore, di un genere, di un’epoca, richiedendo allo studioso molte competenze, da quelle filologico-letterario-linguistiche a quelle giuridico-socio-storiche, a quelle etnografiche e artistiche, tanto per nominarne alcune. L’indagine onomastica infine, letteraria e non, ben si coniuga con le più generali concezioni di tipo antropologico-culturale presenti presso le varie civiltà: dall’interpretatio nominis medievale ai più svariati orientamenti della psicologia moderna che, con Jung, fa spesso coincidere il nome con l’essenza dell’individuo che lo porta.

names 2L’inizio di uno studio intensivo e sistematico dei nomi nelle opere letterarie può venir fatto risalire al 1973, anno in cui l’American Name Society dedica ad essi, a New York, un intero congresso, cui seguono, in varie e prestigiose sedi, altri incontri e dibattiti. Riteniamo tuttavia che l’impulso più forte sinora impresso a questa disciplina debba essere ascritto all’Associazione Onomastica e Letteratura (= O&L), fondata a Pisa nel maggio 1994 su iniziativa di Maria Giovanna Arcamone, Valeria Bertolucci Pizzorusso, Donatella Bremer, Francesco Maria Casotti, Davide De Camilli, Emanuella Scarano e Mirko Tavoni.

Attraverso i convegni, organizzati con cadenza annuale, e altre numerose iniziative - tra le quali incontri, seminari e workshops, oltreché la creazione della rivista “Il Nome nel testo” e della collana di studi di onomastica letteraria “Nominatio” - l’Associazione ha dato vita a un filone di ricerca di largo respiro e di vasta diffusione. Da un lato sono stati infatti ampliati i suoi ambiti di indagine, non più ristretti ai testi letterari tout court, mentre dall’altro sono state perfezionate e rinnovate le metodologie e le prospettive di analisi - come dimostra il ricchissimo repertorio bibliografico L'onomastica letteraria in Italia dal 1980 al 2005, ETS, Pisa 2005, curato da Bruno Porcelli, già presidente di O&L, e Leonardo Terrusi, repertorio il cui aggiornamento è in corso di stampa ad opera dello stesso Terrusi. Attualmente O&L è diretta da Maria Giovanna Arcamone, Presidente, Davide De Camilli e Luigi Surdich, Vicepresidenti, affiancati da Donatella Bremer, Segretario, e dal gruppo di consulenti composto da Marco Bardini, Simona Leonardi, Matteo Milani, Maria Serena Mirto, Giorgio Sale, Leonardo Terrusi.

Il convegno di O&L, il XX, cui partecipano oltre una trentina di studiosi, italiani e stranieri, è ospitato quest’anno a Pisa col patrocinio del Dipartimento di Filologia, Letteratura e Linguistica. Lo scorso convegno si è svolto presso l’Università di Genova, quello del 2016 sarà ospitato dall’Università di Palermo, secondo l’uso, ormai consolidato, di alternare a quella di Pisa altre sedi universitarie. Gli argomenti che verranno trattati sono “Il nome nel contesto artistico” (nelle arti figurative, nella musica, ecc.); “Il nome in Dante” (in occasione del settecentocinquantenario della nascita); “Guerra, letteratura e testimonianza” (per le celebrazioni del centenario della Prima guerra mondiale); “La ricezione del nome” (risposte e reazioni innescate dal nome proprio; problemi nella traduzione); “L’inadeguatezza del nome” (lapsus, errori, ‘nomi sbagliati’, ma anche scelte onomastiche infelici, ecc.). Come si vede, anche quest’anno le indagini si estendono a campi nuovi, ancora poco esplorati dal punto di vista onomastico, ferma restando la centralità dell’interesse per le opere letterarie di ogni epoca, genere e cultura: per nomi che hanno storie per lo più complicate, spesso imprevedibili, talvolta insondabili e tutte diverse fra loro.

Antonio Tabucchi nel 2002, all’amico e collega Luigi Surdich che sul “Nome nel testo” gli aveva dedicato un articolo, ha rivelato l’origine del toponimo Melides, presente nella prima lettera di Si sta facendo sempre più tardi, accompagnadola con queste parole: “Te lo dico perché hai scritto un bel testo sui nomi dei miei libri, e dunque ti faccio una confidenza che non sa nessuno”. Una conferma, tra tante altre, più o meno autorevoli e autoriali, del fatto che, a Pisa, i nomi non sono più degli “illustri sconosciuti”.

Donatella Bremer

Humanoids awardHUMANOIDS, la più importante conferenza internazionale nell’ambito della robotica umanoide che si è svolta in Corea del Sud la scorsa settimana, premia per la seconda volta la mano robotica sviluppata nei laboratori del Centro Piaggio dell’Università di Pisa e dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova. La “Pisa-IIT Softhand PLUS” è l’evoluzione della Pisa-IIT Softhand, che era in grado di afferrare la maggior parte degli oggetti di uso comune usando un solo motore. La mano era stata premiata nel 2012 alla medesima conferenza, per l’assoluta innovatività dell’approccio allo studio delle mani robotiche.

La nuova mano di motori ne ha due, ed è in grado non solo di afferrare, ma anche di manipolare gli oggetti in modo più abile rispetto alla sua prima versione. La Softhand PLUS può, solo col movimento delle dita, eseguire delle piccole azioni molto utili nella vita quotidiana, come versare il caffè in una tazzina, o prendere una banconota o una carta di credito tra la punta delle dita. Piccoli gesti fatti con una destrezza paragonabile a quella di un bimbo di pochi anni, e maggiore della prima SoftHand, che invece aveva una presa simile a quella di un neonato. Nuovi movimenti e prese che conferiscono alla mano una naturalezza ancora superiore.

mano robotica caffèLa ricerca è stata condotta dal gruppo del professor Antonio Bicchi, ordinario di Robotica all’Università di Pisa e Senior Scientist all’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova: “Con la Pisa-IIT Softhand PLUS facciamo un altro passo avanti verso la riproduzione di movimenti naturali della mano umana con una struttura artificiale il più semplice e robusta possibile, e quindi adatta a essere usata come protesi, oltre che come mano di un robot.

Esperienze come questa sono i frutti tangibili della collaborazione tra una università e un istituto di ricerca di alta qualità, che insieme possono valorizzare al massimo sia ricerca che formazione. Fondamentale per questo studio all’avanguardia – prosegue Bicchi – Determinante è stato infatti il contributo di giovani studenti, come Cosimo Della Santina, che hanno preso parte a questo progetto durante il proprio corso di studi in Ingegneria Robotica a Pisa”.

mano robotica banconota

È stato proprio Cosimo Della Santina, ora dottorando all’Università di Pisa, a salire sul palco di Seoul per ricevere il premio: “Il riconoscimento della comunità scientifica - racconta - è di grande incentivo per proseguire con il mio lavoro nella ricerca e nello studio di mani robotiche in grado di compiere movimenti sempre più simili a quelli delle mani umane".

Per la ricerca sulle mani robotiche il professor Bicchi ha ricevuto dalla commissione europea un ERC Advanced Grant con il progetto “Softhand”, mentre di recente l’Europa ha finanziato i progetti SOMA (Soft Manipulation) e SoftPro (Soft Prosthetics) per l’applicazione delle mani robotiche nell’industria e nella prostetica rispettivamente.

Guarda il video della mano in azione. 

Nella foto in alto: da destra Manuel Catalano, ricercatore dell'IIT e collaboratore del Centro Piaggio dell’Università di Pisa, e Cosimo Della Santina, il dottorando dell’Università di Pisa che ha ritirato il premio a Seoul.


Ne hanno parlato: 
Ansa
Corriere Innovazione
InToscana.it
QN
NazionePisa.it  
PisaToday.it
gonews.it
PisaInformaFlash.it

viognier 2013 Produrre vini naturali di qualità, senza solfiti e additivi chimici, un’esigenza molto sentita dai consumatori che ora è possibile grazie a una nuova metodologia brevettata nel 2015 dall’Università di Pisa e nata da uno studio condotto al dipartimento di Scienze agrarie, alimentari e agroambientali.

“Si tratta di una procedura per ottenere vino senza additivi – ha spiegato la professoressa Angela Zinnai coordinatrice della ricerca  – e quindi consumabile anche da chi ha allergie o intolleranze. Il nostro metodo non altera le caratteristiche del vino, anzi ne esalta le qualità e ne salvaguarda molti aromi che oggi sono coperti, alterati o ridotti dalla presenza dell’anidride solforosa e dalle altre sostanze aggiunte. Questo senza contare l'effetto di salubrità dovuto all'assenza totale di additivi chimici, così come la migliore la digeribilità delle molte sostanze positive per la salute umana contenute nel vino”.

La metodologia è stata testata per due anni nella cantina sperimentale dell’Ateneo pisano a San Pietro a Grado in provincia di Pisa e, nel 2014 anche alla Fattoria dei Barbi a Montalcino, in provincia di Siena, in quest’ultimo caso grazie alla fattiva collaborazione del dottor Stefano Cinelli Colombini. Sono stati così prodotti un Viognier nel 2013 e un Sangiovese nel 2014, ma l’obiettivo per il futuro è di applicare la metodologia su ampia scala.

gruppo ricerca UNIPI

A questo scopo è nato il progetto “Only Wine” che mette insieme i tecnologi alimentari dell'Università di Pisa per lo skilling up dei risultati scientifici e quello di economia agraria, coordinati dal professore Gianluca Brunori, per gli aspetti di marketing, il Polo Tecnologico della Magona e il dipartimento di Ingegneria civile e industriale dell’Ateneo pisano per la realizzazione dei prototipi, il dipartimento di Fisica dell'Università di Pisa per la realizzazione dei sensori, quello di Ingegneria dell'Informazione per l'ideazione dell'hardware e del software di gestione e infine la Fattoria dei Barbi per l’applicazione dei protocolli.

“Le tendenze più stabilmente in crescita nel settore vinicolo vanno proprio in questa direzione – ha concluso Angela Zinnai – si cercano vini sempre più salubri, sempre più privi di chimica, più freschi e ricchi al palato e di qualità ma non a costi maggiori. Il nostro progetto offre per la prima volta la possibilità di unire in un unico vino tutte queste caratteristiche, e lo fa a costi contenuti”.

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Foto: Gruppo di ricerca Università di Pisa, da destra, Maria Chiara D'Agata, Gianpaolo Andrich, Angela Zinnai, Francesca Venturi, Chiara Sanmartin, Isabella Taglieri, Julia Blanca Naples

Produrre vini naturali di qualità, senza solfiti e additivi chimici, un’esigenza molto sentita dai consumatori che ora è possibile grazie ad una nuova metodologia brevettata nel 2015 dall’Università di e Pisa nata da uno studio condotto al dipartimento di Scienze Agrarie Alimentari e Agro-ambientali.
“Si tratta di una procedura per ottenere vino senza additivi – ha spiegato la professoressa Angela Zinnai coordinatrice della ricerca – e quindi consumabile anche da chi ha allergie o intolleranze. Il nostro metodo non altera le caratteristiche del vino, anzi ne esalta le qualità e ne salvaguarda molti aromi che oggi sono coperti, alterati o ridotti dalla presenza dell’anidride solforosa e dalle altre sostanze aggiunte. Questo senza contare l'effetto di salubrità dovuto all'assenza totale di additivi chimici, così come la migliore la digeribilità delle molte sostanze positive per la salute umana contenute nel vino”.
La metodologia è stata testata per due anni nella cantina sperimentale dell’Ateneo pisano a San Pietro a Grado in provincia di Pisa e, nel 2014 anche alla Fattoria dei Barbi a Montalcino, in provincia di Siena, in quest’ultimo caso grazie alla fattiva collaborazione del dottor Stefano Cinelli Colombini. Sono stati così prodotti un Viognier nel 2013 e un Sangiovese nel 2014, ma l’obiettivo per il futuro è di applicare la metodologia su ampia scala. A questo scopo è nato il progetto “Only Wine” che mette insieme i tecnologi alimentari dell'Università di Pisa per lo skilling up dei risultati scientifici e quello di economia agraria, coordinati dal professore Gianluca Brunori, per gli aspetti di marketing, il Polo Tecnologico della Magona e il dipartimento di Ingegneria civile e industriale dell’Ateneo pisano per la realizzazione dei prototipi, il dipartimento di Fisica dell'Università di Pisa per la realizzazione dei sensori, quello di Ingegneria dell'Informazione per l'ideazione dell'hardware e del software di gestione e infine la Fattoria dei Barbi per l’applicazione dei protocolli.
“Le tendenze più stabilmente in crescita nel settore vinicolo vanno proprio in questa direzione – ha concluso Angela Zinnai – si cercano vini sempre più salubri, sempre più privi di chimica, più freschi e ricchi al palato e di qualità ma non a costi maggiori. Il nostro progetto offre per la prima volta la possibilità di unire in un unico vino tutte queste caratteristiche, e lo fa a costi contenuti”.

Mercoledì, 11 Novembre 2015 10:09

A Pisa il convegno su onomastica e letteratura

Dal 12 al 14 novembre 2015, nell'Aula Magna del dipartimento di Filologia, Letteratura e Linguistica dell’Università di Pisa, in Piazza Torricelli 2, si terrà il XX convegno annuale dell'Associazione “Onomastica & Letteratura”. Nata nel 1994, l’associazione ha come obiettivo la diffusione e la promozione di ricerche di onomastica letteraria nella letteratura italiana e straniera attraverso giornate di studio, seminari e convegni collegati con questo ambito disciplinare, nonché la pubblicazione dei relativi atti e di saggi concernenti l’onomastica letteraria.
I lavori si apriranno alle 9.15 di giovedì 12 novembre con i saluti di Alberto Casadei, docente di Letteratura italiana dell’Ateneo pisano, di Maria Giovanna Arcamone e Davide De Camilli, rispettivamente presidente e vicepresidente della società O&L. Tra gli argomenti che verranno trattati nelle tre giornate di studio ci saranno il nome nel contesto artistico (nelle arti figurative, nella musica, ecc.); il nome in Dante (per il settecentocinquantenario dantesco); guerra, letteratura e testimonianza (per le celebrazioni del centenario della Prima Guerra mondiale); l’inadeguatezza del nome (lapsus, errori, “nomi sbagliati”, ma anche scelte onomastiche infelici, ecc.).

Dall’equipe di paleopatologi dell’Università di Pisa arriva un’importante scoperta direttamente dall’epoca precolombiana. Una mummia peruviana portata in Italia a fine Ottocento da alcuni medici e naturalisti italiani, conservata oggi al Museo di Antropologia ed Etnologia dell’Università di Firenze, è stata oggetto di un importante studio molecolare condotto dal professor Gino Fornaciari, in collaborazione con l’Università della California: «Oltre a ritrovare e sequenziare antichi agenti patogeni, la mia ricerca ha permesso di identificare nei resti della mummia molti geni resistenti ad alcune tipologie di antibiotici – spiega il professore – La scoperta suggerisce che le mutazioni di questi geni avvennero naturalmente nei batteri di 1000 anni fa e che dunque non sono necessariamente correlate all’abuso delle moderne terapie antibiotiche».
Lo studio, pubblicato sulla rivista PlosOne, è stato effettuato sul patrimonio genetico prelevato dai resti di una ragazza di circa 20 anni, mummificatasi naturalmente grazie al clima freddo e secco delle Ande. La mummia, proveniente da Cuzco e databile tra la fine del XI e l’inizio del XII secolo, giaceva in una cesta costruita con corde di fibre vegetali e molto fessurata per facilitare l’areazione del corpo. L’involucro era dotato di una finestrella in corrispondenza del viso ed era munito in alto di una maniglia per facilitarne il trasporto, molto verosimilmente per i rituali di commemorazione dei defunti. «Il corpo si presentava avvolto interamente da due teli rossi e recava due pezze colorate in corrispondenza del cranio e del bacino – spiega Fornaciari - La testa appariva quasi completamente scheletrizzata, mentre una treccia di capelli neri risultava staccata e caduta in corrispondenza delle mani. Rimossi i teli, ci è apparsa una mummia in posizione fetale, strettamente legata con corde ai polsi, alle caviglie e al bacino».
L’esame degli organi interni ha portato i ricercatori ad attribuire le cause della morte della giovane alla malattia di Chagas, una patologia tuttora endemica nell’America Latina, dovuta alla colonizzazione del protozoo parassita Trypanosoma cruzi nei tessuti e nei gangli nervosi degli organi interni, in particolare del cuore e del colon.
A parte la ricostruzione completa della flora batterica intestinale, uno degli aspetti più interessanti dello studio è che i ricercatori sono riusciti a identificare molti geni resistenti agli antibiotici che avrebbero reso inefficaci i trattamenti coi moderni antibiotici ad ampio spettro, come fosfomicina, cloramfenicolo, tetracicline, chinoloni e vancomicina: «In particolare, la vancomicina è stata scoperta oltre 50 anni fa e si riteneva che i geni resistenti ad essa fossero comparsi in seguito al maggior utilizzo di questo antibiotico – aggiunge Fornaciari – Il microbioma dell’intestino di questa mummia rivela invece un quadro differente, mostrando che i geni resistenti all’antibiotico precedono di secoli l’uso terapeutico di questi composti. La scoperta, aiutando a capire l’evoluzione degli agenti patogeni, può avere anche implicazioni pratiche nella medicina moderna e aiuterà a capire l’evoluzione degli agenti patogeni».
Oltre al Trypanosoma cruzi, lo studio ha portato al ritrovamento e al sequenziamento anche di alcuni ceppi del virus del papilloma umano, come l'HPV-21 e l'HPV-49, rivelando come essi si sono evoluti nel tempo: «Mentre il Trypanosoma cruzi della mummia è apparso più arcaico rispetto a quello attuale, in quanto presenta una somiglianza nel DNA pari al 90% rispetto ad alcuni ceppi attuali, i ceppi di HPV ritrovati sono risultati molto simili (con una somiglianza pari ben al 98-99%) a quelli moderni. Ciò dimostrerebbe che mentre il T. cruzi si è dovuto adattare a condizioni nuove dell’ospite umano, verosimilmente legate alle successive civiltà urbane precolombiane come gli Inca, i Maya e gli Aztechi, il Papilloma Virus era così ben adattato all’uomo da epoca remota da non avere necessità di nuove mutazioni».

Mercoledì, 11 Novembre 2015 10:08

Operare con il robot è sicuro?

La chirurgia robotica negli ultimi anni si è elevata come una delle massime espressioni della tecnologia applicata alla chirurgia. Oggi è un fenomeno pervasivo, sostenuto da numeri che non sembrano conoscere battute d’arresto: oltre 3 mila sistemi installati finora e 570 mila interventi eseguiti in tutto il mondo nel 2014. Eppure la sicurezza sull’uso del celebre robot da Vinci è stata messa in seria discussione nel 2013 quando negli Stati Uniti sono stati resi noti più di 3 mila casi di danni ai pazienti, accusando l’azienda produttrice del robot di un addestramento dei chirurghi non adeguato. Ma a che punto siamo con la formazione in chirurgia robotica oggi, nell’era della medicina basata sull’evidenza?
Attualmente non esiste un programma di formazione standardizzato – la cui evidenza sia comprovata da studi scientifici - per fornire i principi di base a coloro che si avvicinano alla chirurgia robotica. C’è chi propone di utilizzare i simulatori virtuali, concepiti sulla scia del successo di quelli per i piloti di aerei. Nel mondo ci sono oltre 2 mila simulatori virtuali per chirurgia robotica installati nei vari centri di formazione. Tali sistemi offrono una vasta gamma di esercizi per familiarizzare con la postazione di comando del robot (nota come consolle master), che si avvale di un sistema di visione 3D, un’interfaccia di controllo (tipo joystick) per ciascuna mano, e pedali. Tali esercizi sono stati ideati per sviluppare la coordinazione mani-piedi-occhi (competenze psicomotorie, che costituiscono un cardine per l’utilizzo del robot). Soltanto recentemente sono state sviluppate procedure simulate di interventi chirurgici su realtà aumentata e virtuale, quali ad esempio prostatectomia, isterectomia e nefrectomia.
Attraverso un’analisi critica che ha sviscerato la letteratura scientifica sul tema della valutazione delle prestazioni ai simulatori di chirurgia robotica, l’evidenza sull’utilità di questi ultimi è stata messa a nudo in una review sistematica pubblicata da European Urology, la più autorevole rivista di urologia.
Autore principale della review è l’Ing. Andrea Moglia del centro EndoCAS (centro di eccellenza della chirurgia assistita al calcolatore dell’Università di Pisa fondato dal Prof. Franco Mosca e attualmente diretto dal Prof. Mauro Ferrari), in collaborazione con il Prof. Alfred Cuschieri della Scuola Sant’Anna di Pisa. Al lavoro hanno partecipato anche l’Ing. Vincenzo Ferrari e il Dott. Luca Morelli, chirurgo generale della Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana. Presso EndoCAS, unico centro italiano accreditato dall’American College of Surgeons per la formazione in chirurgia attraverso la simulazione, è disponibile l’unico simulatore di chirurgia robotica in Italia della Mimic per le procedure di nefrectomia e isterectomia basate su realtà aumentata, donato dalla Fondazione Arpa.
Scopo del lavoro era documentare l’efficacia dei simulatori di chirurgia robotica, sottolineando la mancanza di una dimostrazione, in studi ad alto livello di evidenza, del trasferimento positivo delle competenze acquisite coi simulatori alla pratica chirurgica su paziente. Tale dimostrazione è imprescindibile per la stesura di un programma di formazione, chiamato “curriculum”, assimilabile al concetto di patente: un percorso che è necessario superare per dimostrare di possedere un opportuno livello (noto come proficiency) di competenze di natura teorica e tecnica, ripetibile una volta scaduto il periodo di abilitazione. Esistono, soprattutto negli Stati Uniti “curricula” già attivi ed adottati dalle Società Scientifiche per garantire che i chirurghi, soprattutto quando alle prese con metodiche nuove, abbiano capacità comprovate nell’utilizzo delle innovazioni tecnologiche.
Ma la review appena pubblicata dal gruppo pisano va oltre il concetto di percorsi di addestramento certificati: fa luce anche sugli altri aspetti della formazione in chirurgia che si ispirano al mondo dei piloti d’aerei: dalla selezione dei candidati attraverso test attitudinali usando i simulatori virtuali (al riguardo lo stesso gruppo di EndoCAS ha pubblicato lo studio con la più elevata casistica internazionale per singolo centro) all’efficacia dei medesimi sistemi di addestramento in termini di costi. Da una parte negli Stati Uniti c’è forte interesse per utilizzare i simulatori nella selezione degli specializzandi di chirurgia; dall’altra al contrario dell’industria aeronautica non è noto il dato che dia una risposta inequivocabile alla domanda: “Ma un’ora di simulazione quanto tempo (e dunque denaro) fa risparmiare rispetto alla formazione tradizionale?”. Chirurghi come piloti d’aerei: così lontani, così simili.

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