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Comunicati stampa

A common language and collaboration to meet the challenges of new technologies. University and enterprise are forming a new alliance thanks to Planet 4, the European project coordinated by the University of Pisa. It has been activated since the end of 2020 to bridge the gap between scientific research on Artificial Intelligence (AI) and Machine Learning (ML) and its industrial application, as an enabling technology for the industry 4.0.

The results of this ambitious project are potentially directed at an audience of around 20 million small and medium-sized enterprises - as many as there are in the European Union, which is lagging behind in adopting modern digital 4.0 technologies.

"The industry 4.0 model requires European small and medium-sized enterprises to deal with technological progress more decisively if they want to maintain their competitiveness on the global market," explains Daniele Mazzei, associate professor at the Department of Computing Science at the University of Pisa and team leader of the project. "We worked with Planet4, first and foremost, to improve communication between the academic world and small and medium-sized European enterprises in the field of new technologies, creating a proper Esperanto in the industry 4.0. This is a new form of collaboration between university and business that represents an evolution of the traditional technology transfer. The new model reveals in a timely manner the company's need to adapt to the 4.0 tool, providing them with the best technologies. Thanks to an operational procedure consisting of three fundamental steps: identification of the challenge, research phase and solution proposal.

Planet4 has developed two strategic tools for the future of the European industry 4.0, which satisfy requirements of varying complexity. Planet4 results will be presented at the project's final conference on 2nd October in Pisa.

The first tool is Planet4 Taxonomy Explorer, a kind of “search engine” for Industry 4.0 and its requirements, which allows companies to identify from academic and corporate sources possible solutions to their own needs. They can browse through solutions, already adopted by others to solve similar problems, and then develop them independently. To date, this “taxonomy” already includes 32 business challenges/needs and 147 enabling technologies.

 

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The group of the University of Pisa that coordinates the Planet4 project. Clockwise from top: Daniele Mazzei (team leader), Riccardo Amadio, Roberto Figliè and Daniele Atzeni

 

Challenge & Solution Template is the second tool developed by the project inspired by Apple's Challenge-Based Learning. It allows a greater customisation of solutions. The template guides the company through pre-established stages that range from the definition of the challenge and the business context to the identification of the technological solutions, which are needed to achieve the initial goals within the planned timeframe. These stages pass through an assessment of technical and economic-managerial feasibility, for the best solution to be adopted.

As part of the Planet4 model, universities have been asked to offer proper training to European SMEs in the new technologies. This training is aimed at both students, who will be the workers of the future and will need to know how to use 4.0 technologies, and at the business world, so that they can make fully informed decisions.

In addition to the University of Pisa (Coordinator), Planet4 also includes: Panepistemioypole Ioanninon (Greece); Elecnor Sa (Spain); Viesoji Istaiga Kauno Mokslo Ir Technologiju Parkas (Lithuania); Zerynth SpA (Italy and spinoff of UniPi); Bobst Bielefeld Gmbh (Germany); Ohs Engineering Gmbh (Germany); Exquisite Srl (Romania); Universitat Ramon Llull Fundacio (Spain); Politechnika Rzeszowska Im Ignacego Lukasiewicza Prz (Poland); Valuedo Srl (Italy). Launched on 1st November 2020, the project will end on 31st October 2023.

La fertilità del suolo e i sistemi agricoli delle aree aride e semiaride del Mediterraneo sono al centro del progetto di ricerca europeo SHARInG-MeD “Soil Health and Agriculture Resilience through an Integrated Geographical information systems of Mediterranean Drylands”, coordinato dall’Università di Pisa e finanziato nell’ambito del Programma PRIMA con un budget totale di 4,1 milioni di euro, di cui circa 1 milione destinato all’Ateneo pisano. Con responsabile scientifico Sergio Saia (nella foro in basso), professore associato di Agronomia e Coltivazioni Erbacee presso il Dipartimento di Scienze Veterinarie, SHARInG-MeD ha una durata di tre anni e ha l’obiettivo di promuovere la qualità dei suoli e la resilienza dei sistemi agricoli nelle aree aride e semiaride del Mediterraneo attraverso uno studio integrato a scala geografica di una vasta gamma di indicatori di fertilità e bontà agronomica dei sistemi e dei territori.

In SHARInG-MeD sono coinvolti partner da tutto il Mediterraneo con una grande varietà di competenze, dalla nematologia (Marocco) all’entomologia e qualità ambientale (Algeria), dalla Scienza del Suolo (Tunisia), alla microbiologia del suolo (Spagna), all’uso dei microrganismi promotori della crescita vegetale, applicazione di materiali organici al suolo e agricoltura conservativa (Italia, Croazia e Turchia), alla modellistica del suolo e agricoltura di precisione (Francia, Grecia, Croazia), alla qualità del suolo ed emissioni di gas serra (Francia).

“Il partenariato campionerà suoli da ambienti diversificati, in usi del suolo diversi ma prossimali, e li analizzerà per una pluralità di variabili già incluse nel database LUCAS del Joint Research Center della Commissione Europea, con cui collaborerà attivamente – spiega il professor Saia. Tra le variabili misurate a scala di campione, appezzamento e territorio sono incluse le caratteristiche chimiche, fisiche e biologiche del suolo, le emissioni potenziali in gas serra, gli impatti economici e ambientali dell’uso del suolo e della sua gestione e i dati telerilevati. Con tali informazioni, verranno proposti modelli di gestione per salvaguardare gli aspetti socio-economici e ambientali”.

In parallelo, tecniche di agricoltura conservativa e altre tecniche per il miglioramento del suolo verranno studiate in prove di campo sperimentali e presso aziende e di queste verrà valutato l’impatto economico e ambientale. Infine, il turnover dell’azoto dalle piante agli insetti (una fondamentale componente del suolo e del ciclo degli elementi) al suolo e quindi nuovamente alle piante verrà studiato in dispositivi controllati con traccianti isotopici.

Le strategie di campionamento saranno inoltre condotte sia in accordo alle metodologie del JRC, che campiona dal 2009 con cadenza quadriennale i suoli europei, sia con il progetto H2020 Soil4Africa, focalizzato sui suoli africani, consentendo quindi di poter strutturare procedure di armonizzazione dei database al fine di poter valutare in maniera coerente la qualità dei suoli del Mediterraneo. Nel progetto, verranno intessuti anche rapporti con studenti di istituti superiori, produttori, policy makers e consumatori, onde fornire consapevolezza dell’importanza della tutela ambientale e del suolo, con speciale riferimento all’agricoltura.

Venerdì 7 luglio è prevista una sessione aperta online per la presentazione del progetto a cui è possibile iscriversi qui: https://tinyurl.com/SharingMed7Jul.

Per chi inizia una dieta chetogenica, lo stress principale è anche e soprattutto identitario, ci si sente meno italiani. La notizia arriva da uno studio del professor Matteo Corciolani del dipartimento di Economia e Management dell’Università di Pisa, pubblicato sul Journal of Business Research. La ricerca ha analizzato le emozioni e i comportamenti dei consumatori, che per motivi di salute che vanno dall’emicrania al sovrappeso, adottano – sotto controllo medico – questo regime alimentare basato soprattutto sui grassi. L’effetto è di spaesamento, anche rispetto al contesto sociale e famigliare: sembra impossibile poter mangiare abbandonando la dieta mediterranea e rinunciare a cibi come pasta, pane e pizza.

“Nelle diete chetogeniche il grosso cambiamento è nel consumo dei carboidrati, che occupano una percentuale bassissima, solitamente meno di 50 grammi al giorno – spiega Matteo Corciolani- Questo implica una rivoluzione nel modo di mangiare, soprattutto per noi italiani, visto che in altri paesi, meno abituati ad esempio ai nostri primi piatti, il cambiamento è avvertito e vissuto in modo molto meno traumatico”.

La ricerca del professor Corciolani si è basata su una impressionante mole di dati proveniente dall’attività degli utenti del gruppo Facebook Chetogenesi, in totale circa 900 pagine di contenuti monitorati – con l’autorizzazione dei moderatori della community – per sette anni, a cui si sono aggiunte interviste più approfondite a dieci componenti del gruppo e una analisi di contesto sui media attraverso la banca data LexisNexis, che comprende i principali giornali e periodici italiani anche on line.

In particolare, le interazioni su Facebook hanno rivelato il ruolo fondamentale della componente emotiva con l’affiorare di tre sentimenti: la tristezza nel dover abbandonare cibi amati, l’ansia legata alla paura che la dieta chetogenica in realtà non sia sana per la quantità di grassi da assumere, e per ultimo anche la rabbia, magari perché qualche volta i risultati sperati tardano ad arrivare. Partendo da questi presupposti il focus dell’indagine si è quindi concentrato su come il successo e il proseguimento della dieta passi attraverso la trasformazione di questi sentimenti da negativi a positivi.

“E’ il sostegno degli altri, in questo caso della comunità virtuale di Facebook, la chiave di questo cambiamento – sottolinea Corciolani – perché soprattutto aiuta il processo psicologico di reframing, cioè l’inquadrare in modo diverso e maggiormente positivo ciò che ci accade”.

“E per tornare alla questione dell’italianità – continua Corciolani - ecco allora che intervengono altri modi di vedersi e, per esempio, c’è chi scrive che di fronte a un ritrovato benessere fisico, pizza e pasta non sono poi così importanti, sino a mettere in dubbio lo status di superiorità della dieta mediterranea. Grazie a questo cambiamento di prospettiva, le emozioni positive, quali la gioia di controllare più efficacemente i propri sintomi, l’affetto per le molte altre persone con cui si condivide lo stesso percorso, o la sorpresa dovuta alla scoperta di nuovi accostamenti alimentari, diventano sempre più frequenti, fino a sostituire progressivamente quelle negative avvertite all’inizio del percorso ”.

 

Per chi inizia una dieta chetogenica, lo stress principale è anche e soprattutto identitario, ci si sente meno italiani. La notizia arriva da uno studio del professor Matteo Corciolani del dipartimento di Economia e Management dell’Università di Pisa, pubblicato sul Journal of Business Research. La ricerca ha analizzato le emozioni e i comportamenti dei consumatori, che per motivi di salute che vanno dall’emicrania al sovrappeso, adottano – sotto controllo medico – questo regime alimentare basato soprattutto sui grassi. L’effetto è di spaesamento, anche rispetto al contesto sociale e famigliare: sembra impossibile poter mangiare abbandonando la dieta mediterranea e rinunciare a cibi come pasta, pane e pizza.

“Nelle diete chetogeniche il grosso cambiamento è nel consumo dei carboidrati, che occupano una percentuale bassissima, solitamente meno di 50 grammi al giorno – spiega Matteo Corciolani- Questo implica una rivoluzione nel modo di mangiare, soprattutto per noi italiani, visto che in altri paesi, meno abituati ad esempio ai nostri primi piatti, il cambiamento è avvertito e vissuto in modo molto meno traumatico”.

 

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La ricerca del professor Corciolani si è basata su una impressionante mole di dati proveniente dall’attività degli utenti del gruppo Facebook Chetogenesi, in totale circa 900 pagine di contenuti monitorati – con l’autorizzazione dei moderatori della community – per sette anni, a cui si sono aggiunte interviste più approfondite a dieci componenti del gruppo e una analisi di contesto sui media attraverso la banca data LexisNexis, che comprende i principali giornali e periodici italiani anche on line.

In particolare, le interazioni su Facebook hanno rivelato il ruolo fondamentale della componente emotiva con l’affiorare di tre sentimenti: la tristezza nel dover abbandonare cibi amati, l’ansia legata alla paura che la dieta chetogenica in realtà non sia sana per la quantità di grassi da assumere, e per ultimo anche la rabbia, magari perché qualche volta i risultati sperati tardano ad arrivare. Partendo da questi presupposti il focus dell’indagine si è quindi concentrato su come il successo e il proseguimento della dieta passi attraverso la trasformazione di questi sentimenti da negativi a positivi.

E’ il sostegno degli altri, in questo caso della comunità virtuale di Facebook, la chiave di questo cambiamento – sottolinea Corciolani – perché soprattutto aiuta il processo psicologico di reframing, cioè l’inquadrare in modo diverso e maggiormente positivo ciò che ci accade”.

“E per tornare alla questione dell’italianità – continua Corciolani - ecco allora che intervengono altri modi di vedersi e, per esempio, c’è chi scrive che di fronte a un ritrovato benessere fisico, pizza e pasta non sono poi così importanti, sino a mettere in dubbio lo status di superiorità della dieta mediterranea. Grazie a questo cambiamento di prospettiva, le emozioni positive, quali la gioia di controllare più efficacemente i propri sintomi, l’affetto per le molte altre persone con cui si condivide lo stesso percorso, o la sorpresa dovuta alla scoperta di nuovi accostamenti alimentari, diventano sempre più frequenti, fino a sostituire progressivamente quelle negative avvertite all’inizio del percorso ”.

 

For Italian people starting a ketogenic diet, the main stress is above all their identity, they feel less Italian. The news comes from a study by Professor Matteo Corciolani of the University of Pisa - Department of Economics and Management, published in the Journal of Business Research. The research analysed the emotions and behaviour of people, who for various health reasons ranging from migraines to obesity, adopt this dietary regime mainly based on fats, under medical supervision. The effect is disorientation from their social and family context as it seems impossible to eat while abandoning the Mediterranean diet and giving up foods such as pasta, bread and pizza.
“In ketogenic diets, the big change is the consumption of carbohydrates, which occupy a very low percentage, usually roughly less than 50 grams a day,” explains Matteo Corciolani, “This implies a revolution in eating habits, especially for Italians. Whilst in other countries, where there are not so many pasta dishes the change is felt and experienced much less traumatically”.

 

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Professor Corciolani’s analysis was based on an impressive amount of data from the activity of the Facebook group “Chetogenesi” users. Around 900 pages of content has been monitored for seven years - with the authorisation of the community’s moderators - to which were added in-depth interviews with ten members of the group. On top of that, a media contextual analysis through the LexisNexis database, which includes the main Italian newspapers and periodicals online was added. In particular, the interactions on Facebook revealed the fundamental role of the emotional component by analysing three feelings: sadness of giving up loved foods, anxiety linked to the fear that the ketogenic diet is actually unhealthy, due to the amount of fats to be consumed, and lastly also anger due to the fact that sometimes the desired outcomes arrive slowly. Starting from these assumptions, the research focused on how success and continuation of diet transform these negative feelings into positive ones.

"The support of other people, such as that of the Facebook virtual community, is the key to this change,’ Corciolani concludes, ‘because above all it helps the psychological process of reframing, i.e., framing what happens to us in a different and more positive way. Coming back to the issue of Italian-ness, in the face of rediscovered physical well-being, pizza and pasta are not so important, to the point of questioning the superiority status of the Mediterranean diet. From this point of view, positive emotions such as the joy of controlling one’s symptoms more effectively, the affection for the other people with whom we share the same experience or the surprise due to the discovery of new food combinations, become more and more frequent, up to replacing the negative emotions we felt at the beginning of the diet’.

 

sharing medSoil fertility and agricultural systems in the arid and semi-arid areas of the Mediterranean are the main focus of the European research project SHARInG-MeD “Soil Health and Agriculture Resilience through an Integrated Geographical information systems of Mediterranean Drylands, coordinated by the University of Pisa and financed by  the PRIMA Programme with a total budget of 4.1 million euros, of which about 1 million is earmarked for the University of Pisa. The project’s chief scientific officer is Sergio Saia, associate professor of Agronomy and Herbaceous Cultivation at the Department of Veterinary Sciences.  The project will run for three years and it aims to promote soil quality and the resilience of agricultural systems in the drylands and semi-arid areas of the Mediterranean regions through an integrated study on a geographical scale of a wide range of indicators of soil fertility and agricultural health of systems and of territories.

Partners from all over the Mediterranean are involved in “SHARInG-MeD” with a wide variety of expertise, from nematology (Morocco) to entomology and environmental quality (Algeria), from soil science (Tunisia) to soil microbiology (Spain), from the use of plant growth-promoting microorganisms, application of organic materials to soil and conservation agriculture (Italy, Croatia and Turkey), to soil modelling and precision agriculture (France, Greece, Croatia), to soil quality and greenhouse gas emissions (France).

sergio saia"The partnership will sample soils from several environments, in different but similar land uses, analysing them for a variety of variables that are already included in the LUCAS database of the European Commission Joint Research Centre, with which it will actively collaborate," explains Professor Saia. The variables measured include chemical, physical and biological soil characteristics, potential greenhouse gas emissions, economic and environmental impacts of the soil use and its management, and remote sensing data. With this information, management models will be proposed to safeguard socio-economic and environmental aspects”.

In parallel, conservation agriculture and other soil improving practises will be studied in the field experiments and on farms, so that their economic and environmental impact will be assessed. Finally, nitrogen cycle conversion from plants to insects (a fundamental component of the soil and element cycle) to the soil and then back to the plants will be studied in controlled devices with isotopic tracers.

Sampling strategies will also be conducted both in accordance with the methodologies of the JRC, which has been sampling European soils every four years since 2009 and with the H2020 project Soil4Africa, which focuses on African soils, to enable the database harmonisation for coherently assessing the quality of Mediterranean soils. The project will also be in collaboration with high school students, producers, policy makers and consumers, in order to provide awareness of the importance of environmental and soil protection, with special reference to agriculture.

An open online session for the project presentation is scheduled on Friday, 7th July, register online at: https://tinyurl.com/SharingMed7Jul//tinyurl.com/SharingMed7Jul.

sharing medLa fertilità del suolo e i sistemi agricoli delle aree aride e semiaride del Mediterraneo sono al centro del progetto di ricerca europeo SHARInG-MeD “Soil Health and Agriculture Resilience through an Integrated Geographical information systems of Mediterranean Drylands”, coordinato dall’Università di Pisa e finanziato nell’ambito del Programma PRIMA con un budget totale di 4,1 milioni di euro, di cui circa 1 milione destinato all’Ateneo pisano. Con responsabile scientifico Sergio Saia (nella foro in basso), professore associato di Agronomia e Coltivazioni Erbacee presso il Dipartimento di Scienze Veterinarie, SHARInG-MeD ha una durata di tre anni e ha l’obiettivo di promuovere la qualità dei suoli e la resilienza dei sistemi agricoli nelle aree aride e semiaride del Mediterraneo attraverso uno studio integrato a scala geografica di una vasta gamma di indicatori di fertilità e bontà agronomica dei sistemi e dei territori.

In SHARInG-MeD sono coinvolti partner da tutto il Mediterraneo con una grande varietà di competenze, dalla nematologia (Marocco) all’entomologia e qualità ambientale (Algeria), dalla Scienza del Suolo (Tunisia), alla microbiologia del suolo (Spagna), all’uso dei microrganismi promotori della crescita vegetale, applicazione di materiali organici al suolo e agricoltura conservativa (Italia, Croazia e Turchia), alla modellistica del suolo e agricoltura di precisione (Francia, Grecia, Croazia), alla qualità del suolo ed emissioni di gas serra (Francia).

sergio saia“Il partenariato campionerà suoli da ambienti diversificati, in usi del suolo diversi ma prossimali, e li analizzerà per una pluralità di variabili già incluse nel database LUCAS del Joint Research Center della Commissione Europea, con cui collaborerà attivamente – spiega il professor Saia. Tra le variabili misurate a scala di campione, appezzamento e territorio sono incluse le caratteristiche chimiche, fisiche e biologiche del suolo, le emissioni potenziali in gas serra, gli impatti economici e ambientali dell’uso del suolo e della sua gestione e i dati telerilevati. Con tali informazioni, verranno proposti modelli di gestione per salvaguardare gli aspetti socio-economici e ambientali”.

In parallelo, tecniche di agricoltura conservativa e altre tecniche per il miglioramento del suolo verranno studiate in prove di campo sperimentali e presso aziende e di queste verrà valutato l’impatto economico e ambientale. Infine, il turnover dell’azoto dalle piante agli insetti (una fondamentale componente del suolo e del ciclo degli elementi) al suolo e quindi nuovamente alle piante verrà studiato in dispositivi controllati con traccianti isotopici.

Le strategie di campionamento saranno inoltre condotte sia in accordo alle metodologie del JRC, che campiona dal 2009 con cadenza quadriennale i suoli europei, sia con il progetto H2020 Soil4Africa, focalizzato sui suoli africani, consentendo quindi di poter strutturare procedure di armonizzazione dei database al fine di poter valutare in maniera coerente la qualità dei suoli del Mediterraneo. Nel progetto, verranno intessuti anche rapporti con studenti di istituti superiori, produttori, policy makers e consumatori, onde fornire consapevolezza dell’importanza della tutela ambientale e del suolo, con speciale riferimento all’agricoltura.

Venerdì 7 luglio è prevista una sessione aperta online per la presentazione del progetto a cui è possibile iscriversi qui: https://tinyurl.com/SharingMed7Jul.

Pisa 5 – E' aperta dal 5 luglio al 29 ottobre 2023 al Museo della Grafica (Lungarno Galileo Galilei, 9) la mostra Fashion, Sport, Tourism. L’esposizione presenta opere grafiche, manifesti, abiti e video dal primo ‘900 a oggi. Splendide storie di moda, di sport e turismo interpretati da grandi stilisti: da Elsa Schiaparelli a Emilio Pucci, Bally, Caruso, Purest, Lacoste, Miu Miu, da Pisa a Saint Tropez, alla Svizzera. Le opere compongono un originale percorso fra strategie e i modelli di comunicazione che intersecano i linguaggi del teatro e del cinema, della grafica e della pubblicità.

La mostra, realizzata dal Museo della Grafica (Comune di Pisa, Università di Pisa) e dall’Università della Svizzera Italiana, si inserisce all’interno del programma del convegno internazionale “Factum2023. La comunicazione della moda: tra tradizione e futuri sviluppi digitali”. L’evento, sulle pratiche di comunicazione nell’ambito dell'industria della moda e su come incidono sulla società, si svolge dal 3 al 5 luglio, al "Centro Congressi Le Benedettine” dell’Università di Pisa. Fra i partecipanti studiosi e docenti provenienti da numerose università italiane e internazionali fra cui Lorenzo Cantoni dell'USI, Nadzeya Sabatini della Gdańsk della University of Technology e dell'USI, Teresa Sabada dell'ISEM Fashion Business School, Università di Navarra, e Veronica Neri e Alessandro Tosi, direttore del Museo della Grafica, per l’Ateneo pisano.

 

Garantire un’inclusione didattica reale e concreta, accelerando il processo verso un’editoria universitaria sempre più accessibile. È questo il tema al centro del convegno, organizzato della Conferenza Nazionale Universitaria dei Delegati per la Disabilità – CNUDD, che si terrà venerdì 7 luglio presso il Centro Congressi Le Benedettine dell’Università di Pisa: “AVA3 e le nuove sfide per l’inclusione didattica: il ruolo dell’editoria universitaria accessibile”.

“Siamo contenti che la CNUDD abbia scelto il nostro Ateneo per affrontare il tema dell’editoria accessibile coinvolgendo tutti gli operatori del settore ed in particolare le University Press Italiane -  commenta il rettore dell’Università di Pisa, Riccardo Zucchi - Il nostro Ateneo ha intrapreso da anni un processo interno per fornire agli studenti ed alle studentesse materiale didattico accessibile ed apprezziamo che il recente modello AVA3 adottato dall’ANVUR preveda in maniera esplicita che gli Atenei adottino le opportune iniziative per rendere accessibili e fruibili agli studenti e alle studentesse con disabilità o con DSA anche le attrezzature, le tecnologie e le metodologie utilizzate per lo svolgimento delle attività didattiche”.

“Da oltre 10 anni la CNUDD si sta impegnando per fornire agli studenti e alle studentesse che ne abbiano bisogno i libri per affrontare gli studi universitari in formato accessibile e ciò per affermare un pari diritto allo studio – dichiara il presidente della CNUDD, Alberto Arenghi - Negli anni il confronto con le case editrici è sicuramente migliorato, ma non basta la buona volontà. Certo esisteva un vulnus normativo che oggi pare poter essere superato dopo il recepimento del Trattato di Marrakesh anche da parte italiana. La questione, tuttavia, non è prettamente giuridica, ancorché importante, perché le università si devono attrezzare e formare per la digitalizzazione dei libri a partire dai prodotti che pubblicano attraverso le University Press. Il convegno farà il punto sulla situazione dell’oggi con uno sguardo allo European Accessibility Act e ad AVA3, da un lato, a questioni pratiche dall’altra”.

Seguendo la strada tracciata dall’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca - ANVUR attraverso le linee guida di AVA3 (il nuovo modello di accreditamento per gli Atenei), le università sono già da tempo impegnate per garantire, in forma diffusa, l'accesso delle persone con disabilità e con disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) alla conoscenza e all’alta formazione, e dunque anche l’accesso ai prodotti editoriali di natura digitale.

Un impegno fondamentale, tenuto conto che il numero degli studenti e delle studentesse con disabilità/DSA che accedono ai corsi di studio universitari è in costante aumento. Secondo l’ultimo rapporto ANVUR (2022), infatti, partire dall’a.a. 1999-2000 gli studenti con disabilità iscritti ai corsi di laurea e post-laurea sono quadruplicati, passando da 4.443 a 17.073 nell’a.a. 2019-20 (ultimo disponibile). Mentre gli studenti con DSA sono passati dagli iniziali 983 dell’a.a. 2011-12 (anno della prima rilevazione) ai 14.441 dell’a.a. 2019-20. Il tutto per un dato complessivo di 36.816 studenti con disabilità o con DSA che nell’a.a. 2019-20 risultavano iscritti ai corsi di laurea e post-laurea. Pari al 2% del totale della popolazione studentesca universitaria.

A fare da sfondo al convegno pisano e al percorso avviato dagli Atenei è l'Accessibility act, la legge europea sull'accessibilità, che punta a fornire gli strumenti normativi per una società più inclusiva, garantendo alle persone con disabilità un migliore accesso alla conoscenza, ai prodotti e ai servizi e, di conseguenza, al mondo del lavoro.

Il convegno sarà trasmesso anche in diretta streaming sul canale YouTube dell’Ateneo:

http://call.unipi.it/IncontroEditoriaAccessibile

Sono al via i lavori per la realizzazione del nuovo polo didattico di Ingegneria che, con consegna prevista a metà 2025, si estenderà su una superficie coperta di oltre 1.100 metri quadri e avrà 11 aule per un totale di 1.200 posti banco e una sala studio con 112 sedute. La prima pietra dell’edificio, che è posto all’interno dell’area di Ingegneria di via Diotisalvi, raggiungibile anche da via Giunta Pisano, è stata posata mercoledì 5 luglio dal rettore Riccardo Zucchi, dal prorettore all’Edilizia, Francesco Leccese, dal presidente della Scuola Interdipartimentale di Ingegneria, Gabriele Pannocchia, e dai direttori dei tre Dipartimenti di Ingegneria, Andrea Caiti (DII), Rocco Rizzo (DESTEC) e Maria Vittoria Salvetti (DICI). Con loro erano inoltre presenti il professor Luca Lanini, coordinatore del gruppo di professori dell’Ateneo che ha predisposto la progettazione dell’opera, Fabio Bianchi della Direzione Edilizia, che è il responsabile del procedimento e coordinatore dell’intervento, Michela Bertini della stessa Direzione, che si occupa della direzione dei lavori in un team composto da tecnici interni e professionisti esterni all’Ateneo.

Il progetto, inserito nel Piano di sviluppo urbanistico dell’Università di Pisa, mira a potenziare i servizi didattici a disposizione degli studenti Unipi, in questo caso soprattutto dell’area di Ingegneria, sia dal punto di vista della qualità e quantità delle strutture, sia sotto l’aspetto della sicurezza. Il nuovo polo sarà dotato di 7 grandi aule, con 1.073 posti banco, e 4 aule più piccole; una sala studio con 112 sedute, che sarà autonoma e separata dal resto dell’edificio e con portineria, in modo da rendere più facile ed economica la sua apertura anche indipendentemente dagli orari del polo; altri 87 posti lettura ricavati negli spazi di distribuzione. Nei circa 2.000 metri quadrati che delimitano la superficie del lotto saranno ricavati spazi verdi e percorsi dedicati alla completa accessibilità all'edificio, mentre in un’area limitrofa sarà realizzato un parcheggio a uso del fabbricato.

L’edificio è stato progettato in conformità alle recenti disposizioni in tema energetico (trattasi di fabbricato NZEB, Nearly Zero Energy Building) e in tema ambientale. Gli impianti meccanici saranno infatti alimentati tramite pompe di calore e sarà installato un impianto fotovoltaico in copertura.

Per l’intervento è previsto un costo complessivo di 14 milioni di euro, con un cofinanziamento ministeriale di 2,8 milioni di euro ottenuto grazie alla partecipazione a cura della Direzione Edilizia dell’Ateneo a un bando pubblico rivolto a tutte le università nazionali. La realizzazione dell’opera è stata affidata al Consorzio Ar.Co., vincitore della gara pubblica europea di appalto.

“La realizzazione del nuovo Polo didattico di Ingegneria – ha dichiarato il rettore Riccardo Zucchi – fa parte del Piano di sviluppo pluriennale edilizio e patrimoniale “UNIPI 2030”, che prevede la costruzione di nuovi poli didattici e nuove strutture dipartimentali e di ricerca. Vi anticipo che la prossima settimana poseremo la prima pietra anche agli edifici che andranno a completare l’area di Veterinaria di San Piero a Grado. Queste opere andranno ad arricchire il patrimonio infrastrutturale dell’Università e metteranno a disposizione dei nostri studenti, oltre che di tutta la comunità accademica, spazi e servizi moderni e funzionali”.

“Già adesso – ha continuato il prorettore all’Edilizia, Francesco Leccese – l’Ateneo dispone di circa 400 aule per la didattica, distribuite in 27 edifici inseriti nel tessuto urbano della città. Alcuni sono edifici storici di grande pregio collocati nei quartieri del centro, altri sono poli didattici di recente costruzione collocati in varie zone della città. Oggi gli studenti possono usufruire di circa 25.000 posti a sedere dedicati alle attività didattiche e laboratoriali, per una superficie complessiva di spazi dedicati alla didattica - tra aule, laboratori, biblioteche e servizi - di circa 70.000 metri quadrati. Nell’ultimo quadriennio tali spazi hanno avuto un tasso di incremento annuo del 5%”.

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