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Comunicati stampa

Componente centrale della dieta mediterranea, l’olio extra vergine di oliva è considerato un alimento ad alte proprietà nutraceutiche, ricco di principi che hanno effetti benefici sulla salute. Una ricerca dell’Università di Pisa, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Nutrients, dimostra che anche le foglie di olivo, considerate un prodotto di scarto derivante dal processo di produzione dell’olio d’oliva, possiedono proprietà nutraceutiche utili per la prevenzione di molte malattie croniche. 

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“Le foglie di olivo sono ricche di specifici polifenoli come l’oleuropeina, dotata di importanti proprietà bioattive, quasi assenti nell’olio extravergine di oliva – spiega la professoressa Maria Digiacomo del Dipartimento di Farmacia dell’Università di Pisa, coordinatrice della ricerca condotta insieme ai colleghi Doretta Cuffaro, Simone Bertini e Marco Macchia – Il nostro studio ha dimostrato che, arricchendo gli estratti di olio extravergine d’oliva con estratti di foglie di olivo, è possibile ottenere un estratto ricco di polifenoli bioattivi con interessanti proprietà antiossidanti e antinfiammatorie. Tale derivato potrebbe trovare applicazione in ambito farmaceutico e cosmetico o come integratore alimentare”.

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Il team di ricercatori di Dipartimento di Farmacia: da sinistra, Simone Bertini, Doretta Cuffaro, Maria Digiacomo e Marco Macchia.


Dopo analisi del contenuto in polifenoli, è stato scelto un estratto di olio extravergine di oliva arricchito di un estratto di foglie di olivo all’8%: «Le proprietà salutistiche dell’olio extravergine di oliva sono ben riconosciute e attribuite principalmente ai diversi polifenoli, come l’oleocantale e l’oleaceina – aggiunge Digiacomo – Dal nostro studio è risultato che i profili antiossidanti e antinfiammatori del nuovo estratto sono significativamente migliorati rispetto a quelli del semplice estratto di olio extravergine di oliva grazie all’effetto sinergico dei vari polifenoli presenti. Infatti, combinando insieme i polifenoli dell’olio extravergine di oliva con quelli delle foglie di olivo, non si ha un semplice effetto additivo delle loro attività, ma un effetto sinergico che appunto accresce notevolmente le proprietà bioattive.

Inoltre, questo nuovo approccio rappresenta una strategia per l'ulteriore valorizzazione delle foglie di olivo come sottoprodotto di grande valore nutraceutico, costituendo così un’alternativa economicamente vantaggiosa al loro smaltimento.

Venerdì 12 maggio, alle 14.30, nell’aula magna della Scuola di Ingegneria dell’Università di Pisa, si terrà il quinto appuntamento della serie “Pisa incontra lo sport”, promosso dall’Università di Pisa. L’evento, intitolato “L’edilizia per lo sport tra tradizione e innovazione”, organizzato da Anna De Falco, professoressa di Tecnica delle costruzioni nel Dipartimento di Ingegneria Civile e Industriale, è dedicato agli studenti di Ingegneria e tratterà argomenti di tipo tecnico estremamente attuali. Si parlerà delle problematiche riguardanti il riuso delle costruzioni esistenti, realizzate con prerogative e livelli di sicurezza diversi da quelli degli edifici moderni, e dei criteri di progettazione degli edifici nuovi. La giornata sarà introdotta dai saluti del rettore Riccardo Zucchi e del presidente della Scuola di Ingegneria, Gabriele Pannocchia.

Gloria Terenzi, professoressa di Tecnica delle Costruzioni presso il Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale dell’Università di Firenze, presenterà lo studio sul comportamento statico delle strutture dello stadio Artemio Franchi, oggi al centro delle polemiche riguardo ai finanziamenti per la riqualificazione dell’intero complesso. Sarà quindi illustrato il relativo progetto di consolidamento e di adeguamento sismico, che contiene soluzioni concepite nel pieno rispetto delle caratteristiche architettoniche di una struttura di pregio come questa, e successivamente, nell’intervento dell’ing. Fabrizio Talocci, sarà mostrato anche il progetto elaborato dallo studio ATI Project di Pisa che, nel Concorso Internazionale di progettazione per la riqualificazione dell'area di Campo di Marte Nord e dello Stadio di P.L. Nervi di Firenze, si è classificato al nono posto su trentaquattro partecipanti.

A proposito delle costruzioni esistenti, l’ing. Filippo Landi, ricercatore presso il Dipartimento di Ingegneria Civile e Industriale dell’Università di Pisa, presenterà cento anni di storia dell’Arena Garibaldi e della squadra del Pisa, descrivendo la struttura dello stadio a partire dalla sua costruzione e ripercorrendo le diverse fasi che lo hanno condotto alla configurazione odierna con l’attuale funzionamento statico. Saranno illustrati anche altri casi, come quello del Nelson Mandela Forum di Firenze, di costruzioni adatte ad essere impiegate per molteplici scopi, ma come al solito bisognose di cure e di attenzioni per poter svolgere in sicurezza la funzione oggi richiesta.

Riguardo agli edifici nuovi, l’ing. Gino Cenci illustrerà le procedure amministrative per le costruzioni secondo il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio e l’arch. Gabriele Fiorentini, tecnico del CONI, i criteri di progettazione degli impianti. Infine, l’ing. Fabrizio Talocci di ATI Project fornirà alcune interessanti anticipazioni sul progetto attualmente in fase di sviluppo del nuovo centro sportivo del Pisa Sporting Club, illustrando la metodologia di analisi e l’approccio che ha condotto alla genesi progettuale.

I temi, trattati sempre in forma divulgativa, saranno di interesse per gli studenti a cui l’evento è dedicato, ma anche per i professionisti nel campo dell’Ingegneria Civile e dell’Architettura e per tutti coloro che hanno seguito le vicende di attualità relative agli esempi trattati e desiderano acquisire informazioni più approfondite al riguardo.

Il 9 maggio 2023 a Roma si è tenuto un appuntamento importante per le ricercatrici e i ricercatori del Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere impegnati in missioni e progetti archeologici all’estero, che hanno preso parte alla prima edizione della “Giornata dell’Archeologia Italiana all’Estero”, evento che si è tenuto in Campidoglio, allo scopo di attribuire un riconoscimento alla pluridecennale eccellenza del lavoro degli archeologi italiani in tutto il mondo.
Per il nostro Ateneo hanno partecipato all’appuntamento in qualità di relatori il professor Anacleto D’Agostino, che ha presentato i risultati recenti degli scavi a Tell as-Sadoum (Iraq) e Uşaklı Höyük (Turchia) e il professor Gianluca Miniaci con i risultati degli scavi a Dra Abu el-Naga e Zawyet Sultan (Egitto) e la musealizzazione del tesoro della regina Ahhotep presso il Museo Egizio del Cairo.
La “Giornata dell’Archeologia Italiana all’Estero”, organizzata dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale in collaborazione con il Comune di Roma, è stata pensata infatti per dare visibilità alle missioni archeologiche italiane operanti all’estero e intende rappresentare un’occasione di incontro e di dialogo tra i direttori delle missioni sostenute dal MAECI, il mondo della Diplomazia e della Cultura, il Parlamento e le Istituzioni governative italiane.

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Un momento della presentazione del professor Gianluca Miniaci

La finalità della giornata era “manifestare l’eccellenza italiana nella ricerca archeologica all’estero che le Missioni archeologiche finanziate dalla Farnesina (246 nel 2022) conducono da decenni nei cinque continenti, con l’obiettivo di accrescere presso il grande pubblico e le competenti istanze parlamentari una maggior consapevolezza e attenzione su tale eccellenza italiana”.
Nella mattina del 9 maggio nell’aula Giulio Cesare, i lavori sono stati aperti dall’intervento di saluto del Sindaco di Roma Roberto Gualtieri, a cui sono seguiti gli interventi del Vice Presidente del Consiglio e Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Antonio Tajani e del Ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano.

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La presentazione del professor Anacleto D'Agostino

L’evento è proseguito con una tavola rotonda e a seguire si sono tenute otto sessioni tematiche parallele, articolate in aree geografiche e fasi crono-tematiche, moderate dai Direttori delle Missioni all’estero specializzati in ciascun ambito di ricerca. All’evento hanno partecipato gli Ambasciatori dei Paesi nei quali operano le Missioni, rappresentanti del mondo istituzionale e accademico e 180 Direttori di Missione archeologica.
Maggiori informazioni sono disponibili sul sito del MAECI e di Roma Capitale.

Il Centro Interdisciplinare Scienze per la Pace dell'Università di Pisa, all'interno della sua Scuola triennale Formatori e Formatrici, organizza il corso di formazione residenziale dal titolo "Esperienza teatrale e Storytelling partecipativo".

Il corso si terrà a Lucca venerdì 9, sabato 10 e domenica 11 giugno 2023, dal venerdì pomeriggio alla domenica mattina compresi, per una durata complessiva di 16 ore di formazione.

Nel lavoro teatrale, quale che siano lo spazio scenico, i compagni e le compagne, il testo, il pubblico o i/le testimoni con cui si misurano ricerca e performance, sempre si allena l’esserci, un certo modo di essere vigili o di cercare di tenersi svegli.

Il corso proporrà nel primo modulo, a partire da una storia cornice – quasi mitica dal lontano passato –, un laboratorio base di teatro corporeo in sala e natura, un percorso che seguirà due fili: l’esperienza personale e la riflessione sull’esperienza, traendo alla luce gli elementi che possono collegare un laboratorio siffatto alla nonviolenza attiva. Il racconto cornice farà da bussola e chi partecipa vivrà una pratica a cui poter attingere per approfondimenti personali futuri e spunti da sperimentare nella conduzione di percorsi.

Il secondo modulo offrirà l’opportunità di esperire le arti come potente canale per affinare l’ascolto profondo e praticare la condivisione empatica, per riconnettersi a un sé più consapevole e creare comunità nonviolente. Grazie alla “distanza estetica”, le arti fanno accedere a uno spazio protetto del simbolico e del possibile. In particolare, in questo modulo si fa esperienza dello Storytelling partecipativo, del linguaggio corporeo e della scrittura poetica di sense making, per narrare storie.

Modulo 1 (8 h): "Un granello d’oro: piccolo laboratorio di teatro corporeo in natura” (Sonia Montanaro)

Modulo 2 (8 h): “Storie che riconnettono: ascolto e condivisione” (Ilaria Olimpico)

Il corso è aperto a tutti/e coloro che desiderano scoprire e rafforzare le competenze personali e relazionali, da utilizzare nella propria vita privata o professionale.
Il corso è inoltre destinato a chi, nel proprio contesto professionale, lavora con gruppi o singoli in apprendimento o crescita personale (quali insegnanti, formatori o formatrici, educatori/trici, counselor, coach, ecc.), ma costituisce un’occasione di apprendimento o di aggiornamento per chiunque si trovi, nel proprio contesto professionale o associativo, a interagire con colleghi/e o gruppi di lavoro.

Il corso è aperto agli iscritti e alle iscritte alla Scuola triennale per Formatori e Formatrici del Cisp.

Per tutte le informazioni sul corso, il bando, il programma, il calendario delle lezioni, i costi e le modalità d'iscrizione: https://cisp.unipi.it/formazione/i-corsi-della-scuola/corso-esperienza-teatrale-e-storytelling-partecipativo/ 

Il termine delle iscrizioni è giovedì 25 maggio 2023 alle ore 12:00.
Quote ridotte per chi si iscrive entro giovedì 18 maggio 2023.
Quote agevolate riservate al personale Unipi.

Per ulteriori informazioni scivi a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

I fotorecettori della retina, le cellule dell’occhio che funzionano come sensori della luce, sviluppano le loro forme e funzioni specifiche sulla base di istruzioni ricevute al momento della loro generazione da cellule staminali multipotenti. Uno studio condotto dai ricercatori di Università di Pisa e Scuola Superiore Sant’Anna ha tuttavia mostrato che, se durante un limitato intervallo temporale successivo all’iniziale assegnazione del loro destino, non ricevono dall’ambiente segnali specifici di tipo sia fisico che chimico, allora svilupperanno caratteristiche ibride tra fotorecettori e cellule gliali. I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista internazionale Scientific Reports in un articolo intitolato “Increasing cell culture density during a developmental window prevents fated rod precursors derailment toward hybrid rod-glia cells”, con autori il professor Massimiliano Andreazzoli e il Dr. Giovanni Signore (Dipartimento di Biologia, UniPi), il professor Gian Carlo Demontis (Dipartimento di Farmacia, UniPi) e la professoressa Debora Angeloni (Scuola Sant’Anna).

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Il gruppo di ricerca pisano: da sinistra, il professor Massimiliano Andreazzoli, il professor Gian Carlo Demontis, il dottor Giovanni Signore, la professoressa Debora Angeloni, la dottoressa Chiara De Cesari e il dottor Davide Martini. Del gruppo fa parte anche la dottoressa Ivana Barravecchia (foto in basso), prima autrice dell'articolo, attualmente negli Stati Uniti.

Lo studio era volto a comprendere le ragioni per cui, nei modelli preclinici di terapie sostitutive di malattie degenerative della retina, la maggior parte delle cellule trapiantate non riescono a integrarsi nella retina del ricevente per sostituire efficacemente le cellule degenerate:  “Conoscere i meccanismi di plasticità del destino cellulare dei fotorecettori è importante per sviluppare terapie sostitutive per le patologie degenerative della retina – commentano i ricercatori – Le tecnologie delle cellule staminali umane inducibili e dell’editing del DNA permettono di generare precursori dei bastoncelli umani per sostituire le cellule degenerate. Ecco dunque che l’individuazione di segnali necessari ai precursori immaturi dei fotorecettori per mantenere il loro destino dopo l’isolamento dalla retina rappresenta un passo rilevante per migliorare l’efficienza dei trapianti come terapia sostitutiva per le patologie degenerative retiniche”.

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La dottoressa Ivana Barravecchia, prima autrice dell'articolo, attualmente negli Stati Uniti.

Lo studio si colloca nell’ambito di un progetto più ampio coordinato dal Dr. Vania Broccoli (Istituto Neurofisiologia del CNR e HSan Raffaele) e finanziato dalla Fondazione Roma. È partito nel 2016 ed è nato dall’interesse del professor Andreazzoli verso i meccanismi di genetica molecolare dello sviluppo della retina, del professor Demontis verso la funzionalità elettrofisiologica dei fotorecettori e della professoressa Angeloni verso i meccanismi di meccanotrasduzione cellulare. 

“Abbiamo confrontato il profilo trascrizionale dei precursori dei bastoncelli tra il momento in cui la genesi dei precursori è in larga parte completa e quello in cui avviene l’espressione delle caratteristiche funzionali specifiche di bastoncelli adulti – spiegano i ricercatori – Un aspetto del tutto inatteso di questo studio è stata l’osservazione che i precursori dei bastoncelli esprimono sia i geni pertinenti al loro programma di sviluppo che quelli rilevanti per lo sviluppo di un tipo cellulare gliale, ovvero non neuronale. L’approccio risolutivo è stato quello di misurare l’espressione mediante la tecnica della quantitative real time polymerase chain reaction (qRT-PCR) di geni specifici in singole cellule identificate sia dal punto di vista molecolare che funzionale, e confrontare l’effetto sull’espressione genica di fattori ambientali, quali la densità delle colture cellulari (numero di cellule per unità di superficie). Abbiamo osservato come l’aumento della densità cellulare sia estremamente efficace nel ridurre l’espressione dei geni importanti per lo sviluppo di caratteristiche gliali e prevenire lo sviluppo di caratteristiche funzionali ibride tra bastoncelli e glia. I segnali associati alla densità cellulare delle colture sono specifici, in quanto l’espressione di geni sensibili al livello di ossigeno nell’ambiente, non viene modificata dalla variazione della densità cellulare delle colture”.

Proiettando i risultati verso future applicazioni, i ricercatori suggeriscono che un interessante sviluppo sia la possibilità di utilizzare microimpalcature per fornire ai precursori trapiantati i segnali meccanici necessari a mantenerne l’identità prevenendo la sviluppo di caratteristiche ibride.

 

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L’immagine mostra 2 precursori dei bastoncelli retinici, riconoscibili dalla espressione di una proteina fluorescente verde (GFP), coltivati a 2 diverse densità (cellule per unità di superficie - 1x e 4x). L’espressione di un gene di immaturità (Kit – indicato dal colore rosso), persiste nel precursore coltivato alla densità minore (1x), mentre scompare nel precursore coltivato alla densità maggiore (4x). Il nucleo delle cellule è colorato in blu.



Il 1993 era iniziato da poco quando sullo schermo di un PC/Unix dell’Università di Pisa fu visualizzata la prima pagina web messa online in Italia. Una schermata rudimentale – testo, immagini e qualche elemento di grafica – che segnò l’approdo del nostro Paese nel world wide web nato meno di due anni prima.

A rendere possibile quell’impresa, la creazione del primo server web italiano, nato esattamente 30 anni fa e realizzato a partire dal codice (ancora in versione BETA) che lo stesso Tim Berners-Lee, l’inventore del World Wide Web, aveva regalato a Maurizio Davini, all’epoca giovanissimo studente in fisica e oggi CTO del Green Data Center di Ateneo. All’impresa parteciparono, Stefano Suin, informatico e oggi dirigente della Direzione infrastrutture digitali Unipi; e l’economista Paolo Caturegli, insieme ad altri docenti dell'Università di Pisa. Pionieri, la cui curiosità e voglia di sperimentare diede vita, in quegli anni, ad una serie di progetti informatici che collocherà l’Università di Pisa all'avanguardia in Italia e in Europa nello sviluppo del web.

“Il mio incontro con Berners-Lee avvenne alla fine del 1992 al Centro di Calcolo del CERN di Ginevra – racconta Maurizio Davini – Ero lì per vedere come funzionava la sua workstation NEXT e in quell’occasione mi spiegò la sua creazione e alla fine mi dette una copia di quello che era il codice sorgente del web. Tornai a Pisa e poche settimane dopo, agli inizi del 1993, avevamo il nostro server funzionante. Con i colleghi ripetemmo poi l’esperienza con i sistemi IBM AIX di Ateneo e dell’INFN di Pisa. Avevamo gettato le basi dei primi siti web italiani che di lì a poco, nell’agosto de 1993, avrebbero trovato una prima forma compiuta nel sito del CRS4 di Cagliari, Centro diretto, peraltro, da uno dei nostri laureati più illustri, Carlo Rubbia, ed estensione del CERN in Italia”.

Le origini di questa storia, per molti anni rimasta chiusa negli archivi dell'Università di Pisa, risalgono ad un gruppo di ricercatori e studenti che già nel 1989 si erano cimentati nel primo collegamento italiano in fibra ottica. Da quel nucleo originario, nel 1992, nascerà la squadra di lavoro organizzata dal professore Giuseppe Pierazzini dell’Università di Pisa, che porterà alla nascita della prima rete universitaria in fibra ottica d'Italia e poi al Centro di SERvizi per la Rete di Ateneo (SERra).

“Eravamo giovani e con tanta voglia di sperimentare – racconta Stefano Suin – Il gruppo di Pierazzini, interdisciplinare e interdipartimentale, era il terreno di coltura adatto per sviluppare progetti che all’epoca erano veramente pionieristici. Basti pensare che negli anni che hanno preceduto l’avvento del world wide web, il nostro Ateneo è stato un punto di riferimento in Europa per Gopher, il protocollo utilizzato inizialmente per collegare PC in tutto il mondo, e server per l'Italia di Archie, il primo motore di ricerca nella storia di internet”.

Oggi questa storia d'eccellenza prosegue nel Green Data Center di Ateneo che, oltre ad essere quasi ad impatto zero, è anche uno dei pochissimi classificato come A dall'AgID. Nel GDC si portano avanti progetti di ricerca che vanno dai nano materiali al quantum computing e vi si testano tecnologie di nuova generazione.

Il Green Data Center è il cuore dell'attuale rete dell'Università di Pisa, formata da oltre 9000 km di fibra ottica, con 80 km di canalizzazioni, che collega 250 edifici universitari. Attraverso accordi e convenzioni, inoltre, l’infrastruttura server ormai da tempo anche l’intera rete civica pisana e collega gli enti e le istituzioni di ricerca della città e le scuole di ogni ordine e grado di Pisa e Livorno.

Venerdì 5 maggio si è tenuto il pitch day dell’iniziativa “Quanto ne sai di sostenibilità?”, giunta alla sua seconda edizione. L’evento, organizzato dal dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari ed Agro-Ambientali dell’Università di Pisa ha riunito studenti, docenti e rappresentanti di numerose organizzazioni no-profit per riflettere sulle possibili soluzioni alle sfide sociali, ambientali ed economiche del territorio. L’iniziativa si inserisce nel quadro delle attività del progetto NEMOS- A new educational approach for the acquisition of sustainability competences through service learning” co-finanziato dalla Commissione Europea e coordinato per l’Ateneo pisano dal professor Alessio Cavicchi.

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Foto della platea durante il seminario del 21 aprile.

È intervenuta la professoressa Lucia Guidi che ha ribadito l’importanza dell’iniziativa in termini di formazione per gli studenti, incentivati a sfruttare le conoscenze acquisite durante i corsi universitari per apportare un servizio alla società in risposta ai suoi bisogni; a seguire il professor Daniele Antichi, membro della Commissione per lo Sviluppo Sostenibile di Ateneo (CoSA), ha sottolineato la complementarità dell’evento con le iniziative proposte dal gruppo di lavoro istituito nel 2019 con lo scopo di valorizzare il ruolo dell’Università per la transizione sostenibile.

A seguire, spazio ai protagonisti dell’iniziativa: 40 studentesse e studenti dei corsi di laurea triennale in Scienze Agrarie e Viticoltura ed Enologia e dei corsi magistrali di “Biotecnologie Vegetali e Microbiche”, “Biosicurezza e Qualità degli Alimenti”, “Progettazione e Gestione del Verde Urbano e del Paesaggio” e “Produzioni Agroalimentari e Gestione degli Agroecosistemi”. Divisi in gruppi, hanno presentato, a seguito di un periodo di approfondimento di tre settimane, costituito da seminari (14 e 21 aprile 2023), lavori di gruppo, interviste e ricerche tematiche, le proprie proposte di soluzione alle sfide lanciate. I referenti delle sfide sono stati Silvia Rolandi per Slow Food Toscana, Yuri Galletti per Legambiente Pisa e Semi di Scienza, Angela Spigai e Alessandra Luisi per la Fondazione Dopo di noi Pisa Onlus Centro “Le Vele”, Nicola Silvestri e Antonio Di Fonzo per il Consorzio di Bonifica “Toscana Nord”, Paolo Pacini e Riccardo Gragnani per l’associazione “11 del Vino”.

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Seminario del 21 aprile. Di spalle, nel tavolo dei relatori: al centro, prof.ssa Lucia Guidi; a sinistra, Yuri Galletti (Legambiente Pisa e Semi di Scienza); a destra, Giampiero De Simone, moderatore del seminario. In prima fila da sinistra: Riccardo Gragnani e Paolo Pacini (Associazione 11 del Vino), professor Andrea Lucchi, Alessandra Luisi e Angela Spigai (Fondazione Dopo di noi Pisa Onlus, Centro Le Vele), professor Nicola Silvestri. In seconda fila da destra: professoressa Silvia Tavarini.


Tra i gruppi, c’è chi doveva progettare un orto sostenibile per gli spazi di un centro socio-assistenziale, chi si doveva occupare di sostenibilità alimentare ed energetica in ambito urbano, chi doveva trovare soluzioni colturali innovative per fronteggiare l’abbassamento dei terreni; chi doveva pensare ai modi più efficaci di coinvolgere in maniera attiva i giovani nelle attività associative e chi era chiamato a organizzare un evento europeo che coniuga calcio e cultura vitivinicola in modo sostenibile. Le soluzioni sono state proposte sottoforma di progetto finanziabile, sottolineando al meglio obiettivi, attività e risorse necessarie, dando evidenza del modo in cui essa contribuisca al raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030. Grande soddisfazione, consigli pratici per una adeguata applicazione delle soluzioni proposte e gratitudine sono emersi dai riscontri da parte delle organizzazioni.

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Slow Team presenta la soluzione per la sfida Slow Food Toscana durante l’evento finale del 5 maggio. Le componenti del gruppo: Anna Dascanio, Alessandra Baldassarri, Benedetta Anfossi, Gaia Giusti, Micol Nocchi, Xinyu Zhang.

Dal punto di vista di tutor e docenti, l’iniziativa ha funzionato. Tra i tutor, c’è chi ha affermato che questo tipo di iniziative sono utili anche ai fini dell’acquisizione di sicurezza nel presentare in pubblico, lavorare in gruppo e con una scansione temporale ben definita che porti a dei risultati in tempi brevi. E questo approccio consente di stare al passo coi tempi, in linea con modalità di formazione basate sull’esperienza diretta. Ciò fa ben sperare che l’iniziativa possa promuovere una maggior collaborazione tra università e organizzazioni a livello territoriale, lavorando contemporaneamente a prospettive di internazionalizzazione delle attività, già incluse nelle giornate dedicate al Festival dello Sviluppo Sostenibile 2023 promosso dall’ASVIS.

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Un momento del lancio della sfida da parte di Silvia Rolandi (Slow Food Toscana) durante il seminario del 14 aprile.

Quel che è certo al momento è che “Quanto ne sai di sostenibilità?” ha contribuito a creare una comunità sempre più strutturata dedicata al service learning, che vede in prima linea il lavoro dei professori Alessio Cavicchi, Lucia Guidi, Silvia Tavarini e Andrea Lucchi, delle assegniste di ricerca Sabrina Tomasi e Annapia Ferrara, nonché l’impegno di una vivace comunità studentesca, coordinata e supportata dagli studenti tutor Sofia Fiorentino, Marzia Bianco, Eugenia Ronga, Tiziano Greco, Bruno Bighignoli, Alfonso Boccia, Valentina Gallo e Giampiero De Simone.

La reazione a una “grande abbuffata” ad alto contenuto di carboidrati non è la stessa per tutti. C’è chi riesce a smaltirla meglio di altri, e questo dipende in parte dal nostro profilo metabolico. Per capire se siamo tipi con un metabolismo più risparmiatore o dispendioso, che tendono cioè a bruciare più o meno carboidrati, c’è un’importante sentinella, l’ormone glp1. Un nuovo studio pubblicato su Obesity e condotto dall’Università di Pisa presso l’ente di ricerca NIH negli Stati Uniti ha indagato il ruolo di questo ormone, quantificando per la prima volta le variazioni di concentrazione nel sangue in risposta una dieta ipercalorica ad alto contenuto di carboidrati.

La sperimentazione ha riguardato 69 soggetti che hanno ingerito circa 4000 kilocalorie (ossia il doppio rispetto alla dieta normocalorica) nell’arco di 24 ore e che sono stati quindi monitorati in una camera metabolica per misurare il dispendio energetico e la risposta termogenica alla dieta. Da una stima dai risultati è emerso che, a parità di carboidrati ingeriti, le calorie bruciate dall'ossidazione dei carboidrati possono variare fino a 500 kcal/giorno a seconda del metabolismo di ogni individuo.

“Abbiamo scoperto che gli individui che sono riusciti a ossidare più carboidrati quando sottoposti ad una dieta ipercalorica ad alto contenuto di carboidrati erano anche quelli che sono riusciti ad aumentare maggiormente la concentrazione nel sangue dell’ormone glp1”, spiega Paolo Piaggi (foto), docente di bioingegneria al Dipartimento di Ingegneria dell'Informazione dell’Università di Pisa e autore senior dello studio.

L’ormone glp1, rilasciato nella circolazione sanguigna proprio in base a quanto noi mangiamo, stimola infatti il pancreas a produrre insulina: di conseguenza le cellule, in particolare quelle dei muscoli, riescono ad ossidare, cioè bruciare, più carboidrati.

“Identificare l’ormone glp1 come biomarker del profilo metabolico – aggiunge Piaggi – ci avvicina sempre di più ad una medicina personalizzata e di precisione nell’ambito della ricerca sull’obesità, questo in prospettiva potrà semplificare la definizione dei profili metabolici, che potrà avvenire con un semplice esame del sangue, senza ricorrere come oggi, a procedure più complesse come quelle che vengono condotte all’interno di una camera metabolica”.

Paolo Piaggi, vincitore nel 2015 del programma "Rita Levi Montalcini", un progetto del Miur per far rientrare in Italia i giovani ricercatori che lavorano all’estero, è attualmente professore associato di Bioingegneria del dipartimento di Ingegneria dell'Informazione dell’Ateneo pisano. Molta della sua attuale attività di ricerca si svolge presso l’Azienda ospedaliera universitaria pisana (Aoup) dove dal 2019 è in funzione una camera metabolica, la prima in Toscana e la quarta tutta Italia, istituita grazie ad una cooperazione interdisciplinare tra il mondo medico e quello ingegneristico per comprendere la patofisiologia dell’obesità e sviluppare metodi diagnostici che permettano la caratterizzazione dei fenotipi metabolici per la prevenzione e terapia dell’obesità e dell’aumento di peso corporeo.

La camera metabolica è una delle tecnologie del FoReLab, il laboratorio del Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione che aggrega la ricerca in tutti i settori ICT rivolta a una società 5.0, autonoma, resiliente e centrata sulla persona.

“La creazione di tecnologie e metodologie per una medicina personalizzata che tenga la persona al centro - dice Andrea Caiti, direttore del Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione - è uno dei focus del FoReLab. Nella ricerca orientata al futuro le tecnologie dell’informazione includono modelli di processi congitivi, fisiologici ed emotivi che integrano diversi parametri, rilevati tramite dispositivi indossabili o sensori minimamente invasivi, in modo da adattare i sistemi alle caratteristiche individuali delle persone”.


Il 1993 era iniziato da poco quando sullo schermo di un PC/Unix dell’Università di Pisa fu visualizzata la prima pagina web messa online in Italia. Una schermata rudimentale – testo, immagini e qualche elemento di grafica – che segnò l’approdo del nostro Paese nel world wide web nato meno di due anni prima.

A rendere possibile quell’impresa, la creazione del primo server web italiano, nato esattamente 30 anni fa e realizzato a partire dal codice (ancora in versione BETA) che lo stesso Tim Berners-Lee, l’inventore del World Wide Web, aveva regalato a Maurizio Davini, all’epoca giovanissimo studente in fisica e oggi CTO del Green Data Center di Ateneo. All’impresa parteciparono, Stefano Suin, informatico e oggi dirigente della Direzione infrastrutture digitali Unipi; e l’economista Paolo Caturegli, insieme ad altri docenti dell'Università di Pisa. Pionieri, la cui curiosità e voglia di sperimentare diede vita, in quegli anni, ad una serie di progetti informatici che collocherà l’Università di Pisa all'avanguardia in Italia e in Europa nello sviluppo del web.

 

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Maurizio Davini al CERN di Ginevra nel 1992

 

“Il mio incontro con Berners-Lee avvenne alla fine del 1992 al Centro di Calcolo del CERN di Ginevra – racconta Maurizio Davini – Ero lì per vedere come funzionava la sua workstation NEXT e in quell’occasione mi spiegò la sua creazione e alla fine mi dette una copia di quello che era il codice sorgente del web. Tornai a Pisa e poche settimane dopo, agli inizi del 1993, avevamo il nostro server funzionante. Con i colleghi ripetemmo poi l’esperienza con i sistemi IBM AIX di Ateneo e dell’INFN di Pisa. Avevamo gettato le basi dei primi siti web italiani che di lì a poco, nell’agosto de 1993, avrebbero trovato una prima forma compiuta nel sito del CRS4 di Cagliari, Centro diretto, peraltro, da uno dei nostri laureati più illustri, Carlo Rubbia, ed estensione del CERN in Italia”.

Le origini di questa storia, per molti anni rimasta chiusa negli archivi dell'Università di Pisa, risalgono ad un gruppo di ricercatori e studenti che già nel 1989 si erano cimentati nel primo collegamento italiano in fibra ottica. Da quel nucleo originario, nel 1992, nascerà la squadra di lavoro organizzata dal professore Giuseppe Pierazzini dell’Università di Pisa, che porterà alla nascita della prima rete universitaria in fibra ottica d'Italia e poi al Centro di SERvizi per la Rete di Ateneo (SERra).

 

Stefano Suin assieme al professor Giuseppe Pierazzini padre della rete di Ateneo

Stefano Suin assieme al professor Giuseppe Pierazzini padre della rete di Ateneo

 

“Eravamo giovani e con tanta voglia di sperimentare – racconta Stefano Suin – Il gruppo di Pierazzini, interdisciplinare e interdipartimentale, era il terreno di coltura adatto per sviluppare progetti che all’epoca erano veramente pionieristici. Basti pensare che negli anni che hanno preceduto l’avvento del world wide web, il nostro Ateneo è stato un punto di riferimento in Europa per Gopher, il protocollo utilizzato inizialmente per collegare PC in tutto il mondo, e server per l'Italia di Archie, il primo motore di ricerca nella storia di internet”.

Oggi questa storia d'eccellenza prosegue nel Green Data Center di Ateneo che, oltre ad essere quasi ad impatto zero, è anche uno dei pochissimi classificato come A dall'AgID. Nel GDC si portano avanti progetti di ricerca che vanno dai nano materiali al quantum computing e vi si testano tecnologie di nuova generazione.

 

Il Green Data Center di San Pietro in Grado home

Il Green Data Center di San Pietro in Grado

 

Il Green Data Center è il cuore dell'attuale rete dell'Università di Pisa, formata da oltre 9000 km di fibra ottica, con 80 km di canalizzazioni, che collega 250 edifici universitari. Attraverso accordi e convenzioni, inoltre, l’infrastruttura server ormai da tempo anche l’intera rete civica pisana e collega gli enti e le istituzioni di ricerca della città e le scuole di ogni ordine e grado di Pisa e Livorno.

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