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Comunicati stampa
Lunedì, 09 Gennaio 2023 08:30

Le nuove parole della pandemia

Lockdown, smart working, Long covid, no vax, booster, ma anche termini come covidiot, dall’unione di covid e idiot, o coronababies, cioè i bambini concepiti durante la pandemia, o ancora quaratini, il cocktail casalingo per sbarcare la quarantena. Le nuove parole nate con la pandemia di Covid-19 sono al centro dell’ultimo libro della professoressa Elisa Mattiello dell’Università di Pisa, Linguistic Innovation in the Covid-19 Pandemic, pubblicato con la Cambridge Scholars Publishing. Il volume indaga l’influenza della pandemia sulla lingua inglese, fra neologismi e parole già esistenti che hanno assunto nuovi significati. Di fatto un’esplosione di innovazioni lessicali che è diventato un fenomeno globale contaminando anche l’italiano, basti pensare proprio al termine Covid-19, una nuova parola che deriva da un acronimo, Coranavirus disease, cioè malattia, con 19 per l’anno dell’insorgenza.

“L'idea di questo libro nasce dalla constatazione che la pandemia non ha cambiato soltanto le nostre vite, le nostre abitudini, ma anche il nostro linguaggio” – dice Elisa Mattiello.

La professoressa è partita dallo studio di diversi corpora, cioè collezioni di testi orali o scritti relativi al Covid-19 ripresi in particolare da giornali e media, ed ha quindi individuato un centinaio di nuove parole. Di queste circa la metà ha un’alta frequenza d’uso (più di mille attestazioni) e si candida per restare stabilmente nel vocabolario, mentre altre parole, con occorrenze medie o effimere (meno di cento attestazioni) rientrano nei termini occasionali.

“La lingua cambia in molti modi diversi – conclude Mattiello - Si evolve, si espande, ma soprattutto si rinnova, adattandosi alle nuove realtà e circostanze. Storicamente, disastri naturali, guerre e altri eventi importanti hanno dimostrato di avere un impatto enorme sull'innovazione linguistica. La pandemia di Covid-19 non ha fatto eccezione”.

 

L’Arcidiocesi di Lucca, l’Università di Pisa - Dipartimento di Ingegneria dell’Energia e dei Sistemi del Territorio e delle Costruzioni (DESTeC) e Sisifo Società Benefit hanno siglato lunedì 19 dicembre un protocollo d’intesa per l’adesione di DESTeC al Progetto Lucensis in qualità di Partner Scientifico.

L’accordo, sottoscritto dall’Arcivescovo, S.E. Monsignor Paolo Giulietti, dal direttore di DESTeC, Rocco Rizzo, e dall’amministratore delegato di Sisifo, Giuseppe Lanzi, mira a sviluppare delle azioni congiunte del Progetto, finalizzate alla crescita e al conseguimento degli obiettivi di sostenibilità ambientale, sociale ed economica con l’obiettivo primario la costituzione di CERS - Comunità Energetiche Rinnovabili e Solidali. Alla firma erano presenti il prorettore vicario dell'Ateneo, Giuseppe Iannaccone, il professor Marco Raugi, titolare della cattedra Unesco in Sustainable Energy Communities e il professor Walter Ganapini, coordinatore del Comitato Scientifico del progetto. Ha inoltre partecipato la dottoressa Simona Italiano, responsabile dell’Unità Ricerca del DESTeC.

Il DESTeC ha competenze consolidate nell’ambito della progettazione, gestione e governo dei sistemi integrati per la generazione di energia da fonti rinnovabili proprio in ambito di Comunità Energetiche.

Lucensis, progetto ispirato all’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco e alle quattro piste di conversione (CER - Comunità Energetiche Rinnovabili, finanza responsabile, consumo responsabile, proposta dell’alleanza) individuate dalla 49a Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, intende ridurre l’impatto ambientale delle strutture e delle attività parrocchiali e diocesane. Attraverso una sinergica collaborazione tra le tre realtà che hanno sottoscritto l’intesa verrà favorita una puntuale disseminazione e una corretta informazione delle attività svolte, delle riflessioni maturate all’interno del Comitato Scientifico e dei valori condivisi.

«Il Progetto Lucensis che abbiamo avviato un anno fa – commenta Mons. Paolo Giulietti Arcivescovo di Lucca – è ispirato alla Laudato Si’ di Papa Francesco e lo stiamo vivendo come un pellegrinaggio di Ecologia Integrale. Nei processi di trasformazione, anche tecnologica, servono delle particolari competenze tecniche che dobbiamo trovare al di fuori delle nostre strutture e che abbiamo trovato con questo accordo con l’Università di Pisa. Quando istituzioni così autorevoli accettano di condividere con noi il percorso di Ecologia Integrale che abbiamo chiamato Progetto Lucensis, affrontiamo con meno timore l’obiettivo di costituire delle CERS e combattere la crescente povertà energetica».

«Come Università di Pisa, tramite il DESTeC, sede della Cattedra UNESCO in “Sustainable Energy Communities”, siamo molto contenti di poter partecipare al Progetto Lucensis mettendo a disposizione le nostre competenze scientifiche nel campo delle Comunità Energetiche – sottolinea il professor Rocco Rizzo, direttore del DESTeC - Di particolare interesse è poi per noi la natura solidale del Progetto che permette da un lato di far risaltare gli effetti “sociali” della ricerca scientifica e dall’altro di affermare il concetto di Energia come bene comune che non deve e non può essere sprecato».

«Ci troviamo a vivere un momento storico - commenta Giuseppe Lanzi, AD di Sisifo Società Benefit – dove è evidente che parlare di Comunità Energetiche significa parlare anche di tecnologie e di specifiche competenze; per questo è costante lo sforzo di ampliare la Comunità dei Partner. La collaborazione con DESTeC rappresenta per Lucensis la possibilità di ipotizzare anche vie nuove in questi processi che sostengono lo sforzo nazionale di transizione energetica».

Il Progetto Lucensis ha ottenuto il patrocinio del Ministero della Transizione Ecologica, oggi Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, e del Pontificio Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. Attualmente fanno parte della Comunità dei Partner di Progetto le seguenti realtà: Banca Popolare Etica, Ecocomunicazione, Ecomondo (Italian Exibition Group), Ecozema Società Benefit, Etica SGR, Fondazione Finanza Etica, Inredev, Sarvex, Sazalex. www.lucensis.org .

Il Progetto è partner della Laudato Si’ Action Platform www.laudatosiactionplatform.org.

DiPortoÈ scomparso negli scorsi giorni il professor Bruno Di Porto, già docente di Storia del giornalismo all’Università di Pisa e per molti anni direttore della Domus Mazziniana.

Sopravvissuto bambino alla persecuzione nazifascista, aveva studiato al liceo romano Tasso e si era laureato in Lettere e Filosofia con una tesi sulle minoranze religiose nel Risorgimento. Il professor Di Porto aveva poi insegnato all’Università di Pisa fino al pensionamento. Esponente di primo piano dell'ebraismo progressivo italiano e protagonista del dialogo interreligioso, incarnava pienamente la tradizione del mazzinianesimo ebraico, coniugando una profonda religiosità e una visione laica della società. Oltre a essere uno studioso dell’ebraismo italiano in epoca contemporanea, il professor Di Porto ha coltivato numerosi interessi, tra cui la storia del giornalismo, la storia del movimento democratico e repubblicano e le vicende dell’Italia risorgimentale, affrontati in un numero significativo di saggi e opere che restano l’eredità viva di un intellettuale dalla poliedrica e preziosa produzione.

Il professor Bruno Di Porto, oltre ad essere stato un uomo di grande cultura, era in possesso di una forte sensibilità, capacità di accoglienza e volontà di un confronto civile e responsabile con i suoi interlocutori.

La delegata per gli studi di genere e le politiche di promozione dell’uguaglianza si occupa del coordinamento delle attività concernenti lo sviluppo degli studi di genere e della definizione dell’indirizzo e delle priorità di azione in termini di politiche di ateneo per la promozione dell’uguaglianza e il rispetto delle differenze.
e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Renata Pepicelli

La professoressa Renata Pepicelli è professoressa associata di Storia dei paesi islamici presso il Dipartimento di Civilta' e Forme del Sapere.
Nata a Napoli nel 1976, la professoressa Renata Pepicelli si è laureata all’Istituto Universitario Orientale di Napoli e ha poi conseguito il dottorato di ricerca “Geopolitica e culture del Mediterraneo” (XX ciclo) presso il Sum, Istituto Italiano di Scienze Umane / Università Federico II di Napoli. Nel 2013 ha ottenuto l’abilitazione scientifica a professoressa associata nel settore Culture del Vicino Oriente Antico, del Medio Oriente e dell’Africa (L-OR/10), è stata ricercatrice Rtd B in Storia dei paesi islamici presso il dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere dell’Ateneo dove dal 2020 è professoressa associata di Storia del mondo arabo contemporaneo.

Incarichi istituzionali

Attualmente è componente del Comitato Unico di Garanzia per le pari opportunità, la valorizzazione del benessere di chi lavora e contro le discriminazioni, componente della Commissione per lo Sviluppo Sostenibile di Ateneo e delegata del direttore del dipartimento di Civiltà e forme del sapere alla Terza Missione; fino a dicembre 2020 è stata coordinatrice del programma Erasmus per l’area di Storia. Fa parte del Collegio dei Docenti del Dottorato in Storia e del CISP, Centro interdisciplinare di Scienze per la pace dell’Università di Pisa. È la coordinatrice dello sportello interunivesitario pisano contro la violenza di genere, realizzato in collaborazione dai CUG dei tre atenei pisani.
Regolarmente intervistata da giornali, radio, tv sui temi oggetto dei suoi studi, da anni è impegnata nelle attività di terza missione, costruendo momenti di scambio tra università, società e territori, in particolare sui temi delle questioni di genere, i diritti delle donne e delle minoranze, l’islam.

Attività scientifica e didattica

I suoi interessi scientifici si focalizzano sulla storia sociale e culturale del mondo arabo-islamico contemporaneo, con particolare attenzione per il Nord Africa. Esperta a livello internazionale di studi di genere nel contesto arabo-islamico, concentra la sua ricerca sull’analisi della storia delle donne, della costruzione dei modelli di femminilità e mascolinità nella regione mediterranea, del pensiero islamico, della condizione giovanile, dell’islamismo arabo tra XX e XXI secolo e dei fenomeni diasporici, ivi compresa la questione dell’Islam in Europa e in Italia.
Autrice di monografie, curatele e molti saggi, ha partecipato e organizzato  conferenze e seminari nazionali e internazionali.
Ha al suo attivo un’intensa attività di ricerca a livello nazionale e internazionale.
Negli ultimi anni ha collaborato con diverse università italiane per l’insegnamento in corsi di laurea, di master e come membro di commissioni di dottorato. È stata visiting professor all’University of Bristol in Gran Bretagna, all’Université Cadi Ayyad di Marrakesh in Marocco, all’Université di Kairoun in Tunisia, all’Università di Granada in Spagna.
La didattica è al centro della sua attività: impegnata nella sperimentazione di forme interattive di insegnamento-apprendimento fa parte del progetto sperimentale “Comunità di mentoring” dell’Università di Pisa. Attualmente insegna i seguenti corsi: Islamologia, Storia del mondo arabo contemporaneo, Studi islamici: pensiero, politica, genere e insegna un modulo nel corso Studi di genere e prospettive interdisciplinari.

C’è una caratteristica che accomuna il cervello di Homo sapiens e Homo neanderthalensis e cioè che entrambi hanno mantenuto un alto livello di interazione tra le aree cerebrali sia nella fase giovanile che nella fase matura e, come in una sorta di sindrome di Peter Pan, non sono mai diventati veramente adulti. Lo dimostra uno studio internazionale pubblicato sulla rivista “Nature Ecology & Evolution” a cui ha partecipato il paleoantropologo Antonio Profico, ricercatore del Dipartimento di Biologia dell’Università di Pisa, e coordinato dal professor Pasquale Raia dell'Università di Napoli Federico II.

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Modello 3D del cervello di un individuo infante di Homo sapiens ricostruito tramite tecniche di antropologia virtuale.

Per studiare l’evoluzione del cervello, un team di ricercatori di università italiane e internazionali ha ricostruito la superficie interna del cranio tramite tecniche di antropologia virtuale. In questo modo gli autori hanno analizzato la forma del cervello in 148 specie di primati viventi e diverse specie di Hominina (Homo neanderthalensis compreso). Oltre alla forma del cervello i ricercatori hanno studiato le interazioni tra le aree cerebrali (integrazione morfologica) utilizzando un nuovo metodo sviluppato a questo scopo e applicato per la prima volta in questo studio.

Gli autori dello studio hanno dimostrato che non sono solo le grandi dimensioni del nostro cervello a renderci differenti dagli altri primati. Secondo i ricercatori, nelle scimmie antropomorfe (i nostri parenti più prossimi) e nella nostra specie le diverse aree cerebrali presentano alti livelli di integrazione dalla nascita fino allo stadio di sviluppo immediatamente precedente la maturità sessuale. Tuttavia, quando entra nella fase adulta, il cervello delle scimmie antropomorfe perde improvvisamente la coordinazione tra i lobi, probabilmente a favore della specializzazione delle diverse aree cerebrali. Homo sapiens invece mantiene un’alta coordinazione tipica dei cervelli delle antropomorfe giovanili per tutta la vita, non mostrando nessun cambiamento da “adulto”. Solo un'altra specie vicina a noi, Homo neanderthalensis, mostra segni di questo stesso fenomeno.

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A sinistra, il grado di integrazione tra le diverse aree del cervello durante lo sviluppo nelle scimmie antropomorfe e in
Homo sapiens. In alto a destra, il cervello dei sapiens e dei Neandertaliani colorato in base all’intensità dell’integrazione (e visto in trasparenza attraverso le ossa del cranio) da alta (blu) a bassa (rosso). In basso a destra, il livello di integrazione tra le aree del cervello (e il cervello stesso visto in trasparenza attraverso le ossa del cranio) nello scimpanzè e nel gorilla.

antonio profico“I cervelli dei neandertaliani e degli umani moderni sono molto simili in termini di volume, ma nei Neanderthal il cervello ha una forma diversa, molto più primitiva – spiega Profico (nella foto a destra) – Il fatto che Homo neanderthalensis e Homo sapiens mantengano alti livelli di integrazione cerebrale durante l'età adulta è sorprendente, perché fino ad ora pensavamo che la comparsa del comportamento umano moderno fosse legato quasi esclusivamente alla presenza di un cervello globulare”. Homo sapiens è infatti caratterizzato dalla presenza di un cervello molto voluminoso ed è di circa tre volte più grande di quello dello scimpanzè. Nella nostra specie la dimensione del cervello è analoga a quella dei neandertaliani, quello che cambia è la forma: il nostro cervello è globulare mentre in Homo neanderthalensis è allungato antero-posteriormente a “palla da rugby”. Questa differenza tra le due specie umane più encefalizzate viene spesso correlata a differenze funzionali e cognitive evidenti dall’analisi del record paleoantropologico.

"La mente umana è particolarmente creativa, capace di mescolare pensieri astratti in nuove combinazioni che forniscono possibilità sempre nuove e spesso impreviste – commenta Pasquale Raia – I nostri risultati suggeriscono che l'elevata coordinazione tra le diverse aree cerebrali possa essere stato il meccanismo alla base della “fluidità cognitiva” teorizzata da Steven Mithen: la capacità di combinare moduli del pensiero originariamente progettati per compiti specifici".

La coltura del fico, attualmente in declino in Italia ma economicamente molto redditizia, è la risposta ottimale per recuperare i terreni altrimenti persi per l’agricoltura. A questa conclusione è giunto il progetto “Ficus carica, un’ antica specie con grandi prospettive” finanziato e condotto dall’Università di Pisa che ha approfondito le conoscenze su questa pianta grazie ad un team di genetisti, chimici, fisiologi vegetali, entomologi, arboricoltori e analisti sensoriali del Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Agro-ambientali.


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Coleottero Curculionidae Aclees taiwanensis


“Sin dall’antichità e anche oggi, soprattutto nei paesi meridionali del bacino Mediterraneo, il fico fornisce un importante alimento di base anche grazie alla sua grande produttività che dura sino a 50 anni con una produzione annuale di circa 40-100 chili per pianta - spiega la professoressa Barbara Conti coordinatrice del progetto - Tuttavia, In Italia la coltivazione del fico è in netto declino: nel 1960 occupava 60mila ettari, oggi solo 2.000, che producono l'1% della produzione mondiale e tutto questo a fronte di una costante crescita dei terreni salini marginali che nel nostro Paese sono oggi oltre 400mila ettari. Il rilancio di questa coltura è dunque strategico anche in considerazione del quindicesimo obiettivo dell'Agenda 2030 delle Nazioni Unite che punta a proteggere, ripristinare e promuovere l'uso sostenibile del suolo, in particolare foreste, paludi, montagne e zone aride”.

Il meeting finale del Progetto di Ricerca di Ateneo 2020-2022 "Ficus carica, an ancient species with great perspectives: genomics, physiology and pest control" che si è svolto a fine novembre al Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Agro-ambientali

I ricercatori dell’Università di Pisa hanno lavorato due anni, dal 2020 al 2022, arrivando a sequenziare il genoma del fico con un metodo innovativo che ha consentito loro di indagare la performance di questa pianta in condizioni di elevata salinità. I risultati hanno così confermato che è una coltura ideale per il recupero dei terreni salini marginali. La salinità del terreno non determina infatti una variazione degli zuccheri totali e dei principali componenti dei frutti. Anzi, l’aumento del livello endogeno di acido salicilico nei frutti delle piante sottoposte a stress salino farebbe ipotizzare un effetto “priming”, cioè una strategia adattativa che migliora le capacità difensive della pianta.

“Siamo riusciti ad ottenere la sequenza dei corredi cromosomici paterno e materno e nel genoma abbiamo identificato i geni coinvolti nell’accumulo degli zuccheri nel frutto - dice la professoressa Barbara Conti - Questi geni sono risultati diversamente espressi nei frutti di piante sottoposte ad elevata salinità pur non determinando cambiamenti significativi nel contenuto totale e nei suoi principali componenti”.

Il progetto ha infine compreso anche lo studio su Aclees taiwanensis, una specie di coleottero dannoso per il fico e di recente introduzione in Italia, molto simile al punteruolo della palma. Questa parte della ricerca ha permesso di chiarire alcuni aspetti finora sconosciuti della biologia di questo insetto utili per pianificarne un efficace controllo futuro.

 

 

Dal 28 dicembre è in distribuzione "Beppe a Legge",  la rivista realizzata da "Sinistra Per... "- Giurispridenza.

La pubblicazione è stata finanziata con i fondi stanziati dall'ateneo per le attività studentesche autogestite.

Info: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. 

 

Dal 28 dicembre è in distribuzione "Beppe a Legge",  la rivista realizzata da "Sinistra Per... "- Giurispridenza.

La pubblicazione è stata finanziata con i fondi stanziati dall'ateneo per le attività studentesche autogestite.

Info: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. 

 

Il 28 dicembre sono stati selezionati dall’ANVUR i 180 dipartimenti eccellenza delle università statali per il quinquennio 2023-2027, valutati sulla base valutazione della ricerca svolta nel quinquennio 2015-2019 e di un progetto scientifico, organizzativo e didattico per il periodo 2023-2027. I dipartimenti delle università statali sono oggi 787: 350 sono stati selezionati per la seconda fase (con un massimo di 15 per ogni università), da cui poi sono stati scelti i 180 vincitori.

Questa è la lista delle università ordinata per il numero dei dipartimenti di eccellenza. Per chiarezza è indicato il numero di tutti i dipartimenti di ciascuna università e il rapporto tra il numero dei dipartimenti di eccellenza e il numero dei dipartimenti di ciascuna università.

C’è poi da aggiungere che il meccanismo fa sì che ogni università abbia con alta probabilità almeno un dipartimento di eccellenza, per cui nell’ultima colonna ho corretto il rapporto escludendo un dipartimento (sia al numeratore sia al denominatore) per correggere.

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Colpiscono subito in positivo Milano Statale, Napoli Federico II e Milano Bicocca, poi Trento e Verona, abbastanza bene Pisa, Bologna, Padova, Firenze, e poi tanti fermi a uno, relativamente facile. Peccato per l’università della Calabria, che nell’altro quinquennio aveva fatto abbastanza bene.

Guardiamo la stessa lista orientata in base al rapporto tra i dipartimenti di eccellenza e i dipartimenti totali. In verde le università sopra la media nazionale, in rosso quelli sotto.

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Ordinata in questo modo, possiamo apprezzare il risultato ottimo di Milano-Bicocca, con più della metà dei dipartimenti di eccellenza. IUAV e Sant’Anna fanno en plein, ma su numeri molti piccoli. Molto bene anche Verona, Ca’ Foscari, Trento, Napoli Federico II, e Milano Statale (>40%).

Menzione particolare alle grandi università che hanno superato i 10 dipartimenti di eccellenza: Federico II, La Sapienza, Milano Statale, Bologna e Padova, perché comunque in fase due non si potevano presentare più di 15 dipartimenti, sebbene scelti tra i più forti.

Due riflessioni finali:
A livello del Paese è importante potenziare il sistema universitario al sud: si vede bene che l’unica grande università del sud e isole sopra la media è la Federico II, che è da anni su un percorso virtuoso.
L’altra cosa importante è che università relativamente giovani possono crescere in fretta e bene, raggiungendo dimensioni medie e qualità elevata, se guardiamo in primis Milano Bicocca (fondata nel 1998) e anche Trento (fondata nel 1962).

Post Scriptum:
Un commento per Pisa: A caldo ho detto “abbastanza bene”: 7 è un buon punto di partenza rispetto ai soli 2 ottenuti per il quinquennio precedente (a loro merito confermati in questa edizione). È un po’ sopra la media nazionale, siamo allineati al risultato di Bologna e Padova (che hanno fatto un po’ peggio della prima edizione). Testimonia un lavoro intenso sulla ricerca fatto nei 5 anni passati e una maggiore attenzione presentata alla definizione del progetto e alla VQR.

Giuseppe Iannaccone
Prorettore vicario Università di Pisa
 

Oltre cento infettivologi e dieci centri pilota in tutta Italia, tra i quali Pisa. E’ questo il nucleo fondativo di Resistimit l’importante progetto per la lotta contro i microrganismi multiresistenti agli antibiotici messo a punto dalla Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali – SIMIT e lanciato a Pisa in occasione del convegno “La resistenza agli antimicrobici nella real-life” (14-15 dicembre). Obiettivo, contrastare un fenomeno in crescita in tutta Europa e che vede l’Italia registrare le peggiori performance.

“Lo scopo di questo progetto è quello di creare una struttura che permetta di ottenere un registro degli organismi multiresistenti nelle varie regioni italiane tramite applicativi informatici idonei – spiega il professor Marco Falcone, Segretario SIMIT e Professore Ordinario di Malattie Infettive all’Università di Pisa – Oggetto di questo studio saranno batteri, funghi, virus e ogni altro microrganismo resistenti ai farmaci antimicrobici”.

“Il registro – prosegue il professor Falcone - sarà funzionale a diversi scopi: da un lato, consentirà di monitorare il fenomeno dell’antibiotico-resistenza; dall’altro permetterà di indagare caratteristiche e meccanismi di acquisizione delle infezioni causate da questi microrganismi nelle persone più colpite; inoltre, sarà la base anche per pianificare ulteriori approfondimenti sui nuovi farmaci antimicrobici”.

“Abbiamo a disposizione molecole attive molto interessanti – conclude - ma si deve adottare un uso attento, che non significa una marginalizzazione degli antibiotici, i quali restano preziosi salvavita. I nostri centri clinici devono fornire ai decisori, compresa AIFA, un supporto tecnico-scientifico basato su dati di real-life per dimostrare efficacia e sicurezza dell’uso degli antibiotici nel nostro Paese”.

 

falcone interno

Il professor Marco Falcone, Segretario SIMIT e Professore Ordinario di Malattie Infettive all’Università di Pisa

 

A far partire l’iniziativa sono dieci centri pilota, dislocati in tutte le aree del Paese: Pisa, Roma con Spallanzani, Tor Vergata e Umberto I, Napoli con Cotugno e Federico II, Bari, Foggia, Palermo, Varese, Modena, Perugia, Padova. Ma non appena giungerà l’approvazione dei comitati etici, il progetto si estenderà a tutti i centri di malattie infettive che vorranno partecipare.

“Il progetto Resistimit è curato da un board di giovani infettivologi con una profonda esperienza sia clinica che di ricerca – sottolinea il professor Claudio Mastroianni, Presidente SIMIT e coordinatore del progetto insieme al professor Falcone – Questa iniziativa rientra nelle strategie della nostra società scientifica per coinvolgere le nuove generazioni di specialisti nella costruzione di un network per la raccolta dei dati e delle informazioni contro un fenomeno quale quello dei microbi multiresistenti, caratterizzato da numeri allarmanti e dall’assenza di adeguate contromisure”.

“In Italia – aggiunge il professor Mastroianni - manca una reportistica adeguata: sappiamo che esiste questo problema, ma non ne conosciamo le dimensioni, non abbiamo certezze su quali siano le infezioni più gravi e quelle più difficili da trattare. Con questa iniziativa si offrirà alla comunità scientifica un prezioso strumento per analizzare nel dettaglio tutte le sfaccettature di questa problematica, utile anche per istituzioni e altri enti che volessero ottenere informazioni aggiornate sulle infezioni provocate da microrganismi multiresistenti”.

Tra le iniziative già avviate in questi mesi nella lotta ai batteri multiresistenti vi è anche la piattaforma messa a punto presso il Policlinico di Tor Vergata, un software in cui vengono inseriti tutti i fattori utili per diminuire la resistenza dei germi e per capire quale fattore abbia provocato l’aumento della resistenza. Punto di partenza del lavoro di SIMIT saranno i dati prodotti dalle diverse istituzioni internazionali che già hanno richiamato l’attenzione su questo fenomeno, che rappresenta la possibile causa di una prossima emergenza sanitaria internazionale.

“I dati dell’OMS e dell’OCSE dimostrano che l’Italia è il primo Paese europeo per numero di infezioni e di morti, con circa 15mila decessi l’anno stimabili come causati da microrganismi resistenti agli antibiotici – evidenzia il professor Marco Falcone – Come indicato dai dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2050 l’antibiotico-resistenza sarà la prima causa di morte a livello globale, provocando 10 milioni di decessi”.

“Nel nostro lavoro – prosegue il professor Falcone - verranno utilizzati anche i dati della rete ALARICO (Advancing knowLedge on Antimicrobial Resistant Infections Collaboration Network), da cui si evince che le infezioni da microrganismi multiresistenti carbapenetici, i più difficili da trattare, causano, rispetto ai microrganismi sensibili a questi antibiotici, un eccesso di mortalità che può arrivare fino al 20%”.

“Fino a poco tempo fa, questo fenomeno interessava solo marginalmente il Nord Europa, ma dati recenti dimostrano che i pazienti resistenti ai carbapenemici sono ormai epidemici in varie aree dell’Irlanda, del Regno Unito, dei Paesi scandinavi – conclude Falcone – Il fenomeno della resistenza agli antibiotici, quale minaccia globale già identificata, si sta allargando rapidamente. Serve pertanto una risposta unitaria, di cui l’Italia può diventare capofila, in virtù, suo malgrado, della maggiore esperienza acquisita con l’elevata frequenza di queste infezioni. Il progetto Resistimit può dunque rappresentare uno slancio anche a livello internazionale”.

 

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