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Comunicati stampa

Venerdì 16 dicembre, in concomitanza con lo svolgimento del Senato Accademico, un gruppo di studenti e studentesse ha organizzato un presidio dinanzi al Rettorato per richiamare l'attenzione sulla vicenda giudiziaria che ha riguardato uno studente nella sua qualità di presidente di un’associazione studentesca denunciata per avere svolto, nel dicembre 2021, un'assemblea non autorizzata in un'aula del Polo Fibonacci. Il presidio – assolutamente pacifico – non ha interferito con il regolare svolgimento dei lavori del Senato.

Prima dell'inizio della riunione il rettore Riccardo Zucchi è uscito per ascoltare le ragioni dei manifestanti, dando appuntamento a una loro delegazione per il pomeriggio.

Durante l'incontro con la delegazione studentesca - al quale ha partecipato anche la professoressa Enza Pellecchia (prorettrice per la Coesione della comunità universitaria e per il diritto allo studio) - il rettore ha richiamato alcuni dei temi qualificanti del suo programma relativamente alla grande attenzione per gli studenti e ha ribadito l’intento di rilanciare una stagione di dialogo e confronto con le rappresentanze e le associazioni studentesche: “penso che le rappresentanze e le associazioni studentesche abbiano un ruolo importante per la vitalità di tutta la comunità universitaria, perché con la loro sensibilità e la loro attenzione a quanto accade nella società consentono una proficua interazione tra università e società, che andrebbe incoraggiata piuttosto che ostacolata. Nessuna voce deve essere repressa, a condizione che il dibattito sia costruttivo e rifugga da ogni forma di violenza e prevaricazione”.

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I risultati di un approccio personalizzato combinando chirurgia e microonde per il trattamento delle metastasi epatiche da tumore del colon-retto sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista “Frontiers in Oncology” e riportano l’esperienza della Sezione dipartimentale di Chirurgia generale universitaria dell’Aoup diretta dal professore Giulio Di Candio, con ottimi risultati nel controllo a distanza a medio termine sui pazienti operati. “Surgery combined with intra-operative microwaves ablation for the management of colorectal cancer liver metastasis: a case-matched analysis and evaluation of recurrences”, questo il titolo dello studio che ha potuto svilupparsi in Aoup grazie alla coesistenza, nello stesso team, di una elevata esperienza sia in chirurgia generale (accesso tradizionale, mini invasivo laparoscopico e robot-assistito), sia in ecografia chirurgica. Infatti, gli alti volumi di chirurgia oncologica maggiore effettuati negli anni, insieme alla pluriennale esperienza in ecografia interventistica e intraoperatoria, hanno consentito di unire le forze ed effettuare sul paziente scelte personalizzate con i risultati eccellenti riportati nel lavoro.

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Oggi le metastasi epatiche beneficiano sul lungo termine di speranze di controllo della malattia molto superiori rispetto al passato, finanche di prospettive di guarigione in molti casi, grazie alla crescente efficacia delle terapie oncologiche e di molteplici opzioni chirurgiche tutte mirate il più possibile a preservare l’organo.

La chirurgia combinata con la termoablazione è una di quelle, anzi, quanto di nuovo emerge dal lavoro pubblicato è che il tipo di utilizzo intraoperatorio delle microonde descritto per le metastasi epatiche da tumore del colon retto - scarsamente indagato fino ad oggi in letteratura – dà ottimi risultati.

In questo settore disciplinare, ormai, si tende ad essere più conservativi possibile, mirando a trattare solo le lesioni senza sacrificio inutile di parenchima epatico che può servire in caso di ricadute, chemioterapia o re-interventi. Il merito dello studio pisano è di aver acceso i riflettori su un’altra opportunità terapeutica per le metastasi epatiche da tumore del colon-retto, ossia l’utilizzo intraoperatorio delle microonde, nell’ambito di un percorso multidisciplinare oncologico-chirurgico (quasi sempre preceduto e seguito da chemioterapia).

Nel dettaglio, l’approccio combinato descritto nel lavoro del gruppo pisano consiste in un accurato studio ecografico intraoperatorio da parte del chirurgo prima di procedere all’asportazione chirurgica di tutte le metastasi aggredibili agevolmente. Le lesioni profonde, invece, specie se a ridosso di grossi vasi, vengono termoablate mediante microonde guidando un apposito ago sotto controllo ecografico. Una volta verificato il corretto posizionamento, il calore sviluppato dalle microonde provoca la necrosi della metastasi trattata che avrà estensione variabile in base a quanta energia si decide di utilizzare e al tempo di erogazione stabilito. A differenza di sistemi di termoablazione precedenti, il rilascio di energia garantito dalle microonde è molto rapido e maggiori le aree di ablazione ottenibili. Queste caratteristiche, consentendo di variare agevolmente la dimensione dell’area trattata e al tempo stesso di termoablare molte lesioni senza prolungare troppo la durata dell’intervento, hanno reso possibile trattare con successo anche pazienti con oltre 40 metastasi.

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Nella foto, da sinistra: Morelli, Guadagni, Marmorino.

A condividere la prima authorship dello studio sono stati il dottor Simone Guadagni, chirurgo ed ecografista in forza nella Sezione dipartimentale di Chirurgia generale universitaria e la dottoressa Federica Marmorino, ricercatrice in Oncologia medica (Unità operativa di Oncologia medica 2 universitaria).

“Siamo molto contenti per questo riconoscimento proveniente dalla comunità internazionale che ha ritenuto meritevole di pubblicazione la nostra esperienza - afferma il professore Luca Morelli, responsabile dello studio ed autore materiale degli interventi. - Con l’approccio descritto abbiamo trattato molti pazienti complessi, alcuni dei quali al limite della fattibilità, senza registrare mortalità e con risultati oncologici soddisfacenti. L’analisi pubblicata ci incoraggia a proseguire sulla strada intrapresa”.

Fondamentale, per la gestione condivisa dei pazienti, per l’analisi dei dati e per la stesura del lavoro, la collaborazione con tutto il gruppo oncologico pisano dedicato al colon retto, i cui referenti sono la professoressa Chiara Cremolini e il professor Gianluca Masi, entrambi associati di Oncologia medica e rispettivamente direttore della Scuola di specializzazione in Oncologia dell’Università di Pisa e direttore dell’Unità operativa di Oncologia medica 2 universitaria.

Qui sotto il link allo studio con l’elenco completo degli autori:

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/36505851/

 (fonte: Ufficio Stampa AOUP)

Nicola CerulloSi è spento a Milano, agli inizi di dicembre, il professor Nicola Cerullo, per lunghi anni Professore Associato di “Impianti Nucleari” e libero docente in “Fisica del Reattore Nucleare” presso l’Università di Pisa, oltre ad essere stato Professore Ordinario di “Reattori Nucleari Avanzati” presso l’Università di Genova.

Pubblichiamo di seguito il ricordo del professor Nicola Cerullo, scritto dagli allievi e colleghi Donato AquaroGuglielmo LomonacoFrancesco Oriolo.

 

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Lunedì 5 dicembre si è spento, nella sua abitazione milanese, il prof. Nicola Cerullo che per oltre cinquant’anni ha insegnato e ha svolto la sua attività di ricerca nell’Ateneo Pisano nell’ambito dell’ingegneria dei reattori nucleari.

Laureato in Fisica all’Accademia Militare dell’Esercito Italiano a Modena, ha ricoperto prestigiosi incarichi nazionali ed internazionali per conto del Ministero della Difesa raggiungendo i più elevati gradi della gerarchia militare. Dopo la direzione del reattore nucleare del CAMEN (Pisa) e del Centro Tecnico Logistico Interforze BNC (Civitavecchia), come professore associato all’Università di Pisa e successivamente come professore ordinario all’Università di Genova ha formato una nutrita schiera di allievi sui Principi dell’Ingegneria dei reattori nucleari a fissione e fusione.

In questo campo ha svolto ricerche pioneristiche cooperando con i più avanzati centri di ricerca internazionali e le più prestigiose Università.

Ai suoi allievi, molti dei quali ricoprono importanti incarichi in centri di ricerca nazionali ed internazionali ed in Università Italiane e Straniere, il Prof. Cerullo ha trasmesso il rigore scientifico, il coraggio di intraprendere nuove strade e di aprire nuove e visionarie frontiere del sapere. Alla sua autorevolezza accademica univa una profonda umanità che lo portava ad interessarsi non solo della formazione dei suoi allievi, ma anche delle quotidiane necessità della loro vita studentesca. Le schiere di allievi delle Università di Pisa e di Genova non hanno mai smesso di ricordare quanto i suoi insegnamenti siano stati preziosi.

Per chi l’ha conosciuto, è apparso evidente di trovarsi davanti ad un Maestro nel senso più completo del termine. E’ stato un grand’Uomo che ha mostrato sempre comprensione, interessamento e capacità di mettere a proprio agio anche il più modesto dei suoi allievi.

La scomparsa del Prof. Cerullo ci incute un sentimento di profonda tristezza.

Con questi sentimenti, anche a nome di tutti gli allievi e dei colleghi dell’area dell’Ingegneria Nucleare, esprimiamo il più sentito cordoglio alla famiglia.

Gli allievi e colleghi

Donato Aquaro, Guglielmo Lomonaco, Francesco Oriolo

Giovedì, 15 Dicembre 2022 12:18

Spettacolo teatrale "Filumè"

Il 19 dicembre alle 18, in Aula Am2 (Largo B. Pontecorvo 3), l'associazione "Pisa città di frontiera" organizza lo spettacolo teatrale "Filumè", con Franco Di Corcia.

Lo spettacolo è realizzato con il contributo finanziario dell’Università di Pisa.

InfoQuesto indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. 

 locandina

Il 20 dicembre alle18, in Aula Am2 (Largo B. Pontecorvo 3), l'associazione "Pisa città di frontiera" organizza lo spettacolo teatrale "Brevi monologhi sull'affanno", con Eleonora Macchia e Gianluca Morcaldi .

Lo spettacolo è realizzato con il contributo finanziario dell’Università di Pisa.

InfoQuesto indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. 

monologhi

Un team di botanici dell’Orto e Museo Botanico dell’Università di Pisa ha scoperto il primo caso in Italia di naturalizzazione della cosiddetta "edera velenosa" (Toxicodendron radicans), una specie aliena originaria del Nord America e di alcune parti della Cina. Il ritrovamento di una grossa popolazione completamente spontaneizzata è avvenuto in località Sassi Neri a Impruneta (Firenze) ad opera di Giovanni Astuti, Francesco Roma-Marzio e Roberta Vangelisti. I tre ricercatori hanno documentato la scoperta in un articolo sulla rivista Italian Botanist, organo ufficiale della Società Botanica Italiana. I campioni raccolti sono stati inseriti nell’erbario del Museo botanico dell'Ateneo,

L’edera velenosa non era mai stata trovata in Toscana e per l’Italia c’erano solo due segnalazioni storiche per il Trentino-Alto Adige risalenti al 1893 e al 1930, come specie occasionalmente sfuggita alla coltivazione. Si tratta di una pianta fortemente tossica, che provoca dermatiti da contatto che, nel solo Nord America, colpiscono milioni di persone ogni anno. È dunque importante che le amministrazioni e la popolazione locale siano consapevoli della pericolosità di questa specie. 

“Le invasioni biologiche – spiega il professore Lorenzo Peruzzi, Direttore dell’Orto e Museo Botanico dell’Università di Pisa – sono oggi uno tra i più rilevanti temi ambientali nella nostra società. Specie aliene animali o vegetali, introdotte consapevolmente o inconsapevolmente dall’uomo in un territorio dove non sarebbero mai giunte con dinamiche naturali, possono causare danni anche gravi alla biodiversità autoctona. In alcuni casi, però, i problemi causati da queste specie possono anche ritorcersi direttamente contro la specie umana. Il ritrovamento dell’edera velenosa a Impruneta è un importante esempio in questo senso, che forse può essere utile per renderci più consapevoli di questi problemi”.
 
Giovanni Astuti, Francesco Roma-Marzio e Roberta Vangelisti fanno parte dello staff tecnico-scientifico dell’Orto e Museo Botanico dell’Università di Pisa e collaborano a una iniziativa promossa dal Gruppo per la Floristica, Sistematica ed Evoluzione della Società Botanica Italiana, volta a ricercare sul territorio specie di piante segnalate in passato e non più confermate per il territorio italiano. Il fortuito ritrovamento dell’edera velenosa è avvenuto nell’ambito di questa attività.

 

Si è chiuso con gli incontri alla Humboldt-Universität di Berlino e al Centro Internazionale di Studi Primo Levi di Torino, il tour di presentazione de Il chimico libertino. Primo Levi e la Babele del lager, l’ultimo libro di Fabrizio Franceschini, docente di Linguistica Italiana nel Dipartimento di Filologia, Letteratura e Linguistica dell’Università di Pisa. Un libro intenso, che ripercorre l'opera di Levi e le importanti pagine da lui dedicate, in modo insieme "libertino" e competente, all'uso di lingue, parole e segni, quali strumenti per salvarsi, raccontare e ripensare la sopravvivenza, come ci spiega lo stesso autore.

«E oggi ancora, così come nella favola antica, noi tutti sentiamo, e i tedeschi sentono, che una maledizione, non trascendente e divina, ma immanente e storica, pende sulla insolente compagine, fondata sulla confusione dei linguaggi ed eretta a sfida del cielo come una bestemmia di pietra». Così si chiude uno dei passaggi forse più belli di Se questo è un uomo, dove la torre della fabbrica di gomma sintetica Buna-Werke si sovrappone a quella di Babele, il cui mito ben rappresenta la questione linguistica all’interno del Lager e nell’opera stessa di Levi a cui lei ha dedicato il suo ultimo lavoro…

Fabrizio Franceschini: La Babele delle lingue è fondamentale in Se questo è un uomo e compare con tutta la sua forza nel passo ora citato. Qui il mito di Babele (Genesi 11) è rovesciato: la confusione dei linguaggi non è più conseguenza della costruzione della Torre, ne è la premessa. Ma a questo mito si intreccia l’inizio dell’Esodo, l’amara oppressione e il lavoro schiavistico degli ebrei in Egitto, da cui Mosè li salverà.

I due passi hanno in comune la parola chiave levenìm, ‘mattoni’ in ebraico, la cui radice L-B-N forma anche i verbi per ‘fare mattoni’ ed ‘edificare’. Levi, in Auschwitz, riscrive la Bibbia: prima del passo citato c’è la parola ‘mattoni’ nelle varie lingue del Lager: ted. Ziegel, franc. briques, polacco cegli (= cegły), ucraino kamenny (= kameni), ingl. bricks, ungherese téglak, uniti al latino tegula da cui Ziegel, cegły, téglak derivano e con cui formano una catena fonica, come le forme basate sulla radice L-B-N ‘mattoni’ nei testi ebraici.

Quello biblico della Torre di Babele è solo uno dei tanti riferimenti letterari, più o meno espliciti, che in Levi evocano proprio questo caos linguistico e su cui lei si è soffermato con particolare attenzione, analizzando specifiche serie lessicali. Ce ne può parlare?

F.F.: Accanto ai nomi dei ‘mattoni’ ci sono quelli del ‘pane’ (ted. Brot, yiddish Broit, russo e pol. chleb, fr. pain, ebr. lechem, ungh. kenyér: Iniziazione), quelli dei ‘cavoli e rape’ (Il canto di Ulisse) e altri ancora. Le serie multilingui Levi le trovava in libri a lui molto cari come Pantagruel di Rabelais (Panurgo chiede «pane in tutte le lingue viventi ed estinte», scrive Levi stesso) e Moby Dick di Melville, che si apre coi nomi della balena in tredici lingue.

Per Pavese queste «etimologie» non sono un’esercitazione di Melville ma hanno un valore strutturale, e così avviene in Levi. Le serie multilingui rappresentano il caos linguistico del Lager, che, come un gorgo, può trascinarti sul fondo, ma costituendosi come ordine sono pure un’ancora di salvezza: il dominio del caos linguistico è fondamentale per sopravvivere in Lager e poi «per raccontare, per portare testimonianza», come dice un’altra celebre pagina di Levi.

Questa attenzione di Levi per la lingua arriva da lontano. «Quello del linguaggio è un mio amore mancato», confidava infatti in un’intervista, aggiungendo: «Avrei voluto essere un filologo e studiarlo sul serio; invece, non è andata così e ho fatto un mestiere totalmente diverso». Eppure, questo suo mestiere «totalmente diverso», di chimico, come ci ricorda anche il titolo del suo libro, ha avuto un ruolo fondamentale proprio nella definizione del suo approccio all’uso della lingua e dei linguaggi…

F.F.: La copertina del libro mostra un Levi inconsueto. Non è solo e pensoso ma in compagnia e sorridente, con gli altri studenti di Chimica tra alambicchi e provette. Quel sorriso gli dà un’aria libertina e la parola libertino, nome dello straordinario protagonista di La chiave a stella, definisce proprio le sue scorribande linguistiche, il «libertinaggio» della sua «frequentazione inconsulta dei dizionari etimologici… senza una serie preparazione linguistica».

Questa pagina (dal libro L’altrui mestiere) è tutta all’insegna della modestia, ma simili affermazioni possono anche esprimere velatamente l’autorevolezza di chi le fa. La familiarità col linguaggio della chimica potenzia ancor più la sensibilità per le lingue naturali e i rapporti tra esse che Levi aveva sin da piccolo. D’altro canto, nel Sistema periodico, le parole della chimica, grazie a giochi etimologici e metalinguistici, perdono il freddo statuto di termini e diventano veri e propri personaggi dei racconti.

Un momento della presentazione del libro "Il chimico libertino. Primo Levi e la Babele del Lager" alla Humboldt-Universität di Berlino

Un momento della presentazione del libro "Il chimico libertino. Primo Levi e la Babele del Lager" alla Humboldt-Universität di Berlino

Strettamente collegato a tutto ciò vi è anche il ruolo che, in Levi, hanno i dialetti, a cui lei dedica un intero capitolo e che, non a caso, fa diventare la raccolta di racconti Il sistema periodico un vero e proprio “atlante biolinguistico”…

F.F.: Questa definizione è mia. Col Sistema periodico Levi ripercorre la propria vita ponendone gli snodi fondamentali sotto l’insegna d’un elemento chimico, ma presenta anche, in modo geniale, le lingue delle radici, della famiglia, degli ambienti in cui ha vissuto. Questo vale, come lui stesso dichiara in Argon, per il gergo giudeo-piemontese dei suoi «antenati», zie e zii (lo zio Oreste gli fece davvero da informatore).

È più mascherato ma percepibile per il piemontese dei genitori e degli amici (il protagonista di Ferro Sandro ha «una voce piemontese») e per il nuovo «italiano-piemontese» che trionferà in La chiave a stella, ma si affaccia già in questo libro. C’è un altro dialetto che compare durante l’itinerario d’un antico lavoratore dei metalli dalla Germania alla Sardegna, e che insieme riflette esperienze leviane felici, tragiche e poi ironicamente rivisitate…ma non vorrei dire di più per non guastare la sorpresa ai lettori.

Che relazione si può individuare tra il valore che in Levi hanno le lingue per la vita o la morte nel Lager e l’importanza e il ruolo analogo che la lingua ha nella storia stessa degli ebrei, come fattore di sopravvivenza e continuità culturale e spirituale?

F.F.: Gli interessi linguistici di Levi e la sua vocazione di narratore, cosa sarebbero stati senza l’esperienza terrificante, ma anche straordinariamente fortificante del Lager? Come il mitico Tiresia, che incontrando due serpenti in accoppiamento sessuale si mutò da uomo in donna, «anche io – dice Levi – avevo incontrato i serpenti sulla mia strada (ad Auschwitz) e quell’incontro mi aveva fatto mutare condizione donandomi uno strano potere di parola».

Queste ultime parole, abbiamo detto Scarpa ed io a Torino, sono di per sé già chiare, ma lo diventano più drammaticamente se ne cogliamo la fonte non dichiarata né allusa da virgolette. Chi dice così è l’ancient mariner di Coleridge e lo dice dopo i versi «da allora, ad ora incerta, / quella pena ritorna», la pena del superstite scampato al naufragio e carico della colpa di sopravvivere. Del rapporto tra lingua e sopravvivenza culturale nell’ebraismo se n’è discusso a Berlino con Busi.

A salvare «il popolo ebreo dopo la dispersione» e nel «contrasto tra la vocazione divina e la miseria quotidiana dell’esilio» è stato, dice Levi, «il suo riso», che pervade l’yiddish, «la bizzarra parlata dei nostri padri» cioè il giudeo-piemontese, e tante pagine leviane. Ma accanto al riso e all’ironia c’è la perentoria missione della nominazione, che il Signore affidò ad Adamo e che diviene anche la missione di Levi.

 

Questo parallelismo porta, infine, all’ultima parte del suo studio, dedicato alle parole del Lager, non solo di Primo Levi…

F.F.: “Appunto… col potere di nominazione di Adamo e lo strange power of speech di cui parla Coleridge, Levi nomina Lager quel che tanti altri sopravvissuti chiamavano campi della morte, campi di sterminio, lager con la minuscola. E nomina Pikolo un aiutante del Kapo benevolo verso i prigionieri e indenne dalle smanie sessuali del superiore, che quindi non merita lo spregiativo nome di Piepel dato a questi ragazzi.

La figura centrale in Lager, che gli italiani chiamavano capo o se donna capa, e i polacchi blokowy o se donna blokowa, Levi la chiama sempre Kapo (plurale Kapos), dicendo che la parola è d’origine italiana ma va marcata col kappa poiché, anche scrivendo in italiano, occorre restare nella lingua in cui quelle cose sono accadute. Ma perché oggi in Italia si dice Kapò? C’entra un intellettuale e partigiano di Pisa, che ha fatto un grande film sui Lager, e c’entra, dice Levi, il «valore differenziale» che la pronunzia Kapò ha rispetto alla nostra tranquilla parola capo…ma per saperne di più si può leggere questo libro”.

Un team di botanici dell’Orto e Museo Botanico dell’Università di Pisa ha scoperto il primo caso in Italia di naturalizzazione della cosiddetta "edera velenosa" (Toxicodendron radicans), una specie aliena originaria del Nord America e di alcune parti della Cina. Il ritrovamento di una grossa popolazione completamente spontaneizzata è avvenuto in località Sassi Neri a Impruneta (Firenze) ad opera di Giovanni Astuti, Francesco Roma-Marzio e Roberta Vangelisti. I tre ricercatori hanno documentato la scoperta in un articolo sulla rivista Italian Botanist, organo ufficiale della Società Botanica Italiana. I campioni raccolti sono stati inseriti nell’erbario del Museo botanico dell'Ateneo.

L’edera velenosa non era mai stata trovata in Toscana e per l’Italia c’erano solo due segnalazioni storiche per il Trentino-Alto Adige risalenti al 1893 e al 1930, come specie occasionalmente sfuggita alla coltivazione. Si tratta di una pianta fortemente tossica, che provoca dermatiti da contatto che, nel solo Nord America, colpiscono milioni di persone ogni anno. È dunque importante che le amministrazioni e la popolazione locale siano consapevoli della pericolosità di questa specie.

 

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Da destra Francesco Roma-Marzio, Giovanni Astuti, Roberta Vangelisti
 
“Le invasioni biologiche – spiega il professore Lorenzo Peruzzi, Direttore dell’Orto e Museo Botanico dell’Università di Pisa – sono oggi uno tra i più rilevanti temi ambientali nella nostra società. Specie aliene animali o vegetali, introdotte consapevolmente o inconsapevolmente dall’uomo in un territorio dove non sarebbero mai giunte con dinamiche naturali, possono causare danni anche gravi alla biodiversità autoctona. In alcuni casi, però, i problemi causati da queste specie possono anche ritorcersi direttamente contro la specie umana. Il ritrovamento dell’edera velenosa a Impruneta è un importante esempio in questo senso, che forse può essere utile per renderci più consapevoli di questi problemi”.
 
Giovanni Astuti, Francesco Roma-Marzio e Roberta Vangelisti fanno parte dello staff tecnico-scientifico dell’Orto e Museo Botanico dell’Università di Pisa e collaborano a una iniziativa promossa dal Gruppo per la Floristica, Sistematica ed Evoluzione della Società Botanica Italiana, volta a ricercare sul territorio specie di piante segnalate in passato e non più confermate per il territorio italiano. Il fortuito ritrovamento dell’edera velenosa è avvenuto nell’ambito di questa attività.

 

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