Per dodici giorni in una simulazione di Habitat Lunare, con il sogno di diventare astronauta
Andrea Arcarisi, classe 1995, originario di Caltanissetta, ingegnere meccatronico e studente magistrale di ingegneria robotica presso l’Università di Pisa, è stato selezionato tra i pochi studenti europei per il programma di astronauta analogico presso l’Analog Astronaut Training Centre (AATC) in Polonia, in collaborazione con lo Space Technology Centre di Cracovia (EUSPA-ESA).
L’AATC è un’azienda di ricerca spaziale classificata al secondo posto mondiale per il numero di spedizioni organizzate con successo, con l’obiettivo principale di accelerare la ricerca scientifica nel campo del volo spaziale umano, in preparazione per le selezioni di astronauti dell’European Space Agency (ESA).
“Il processo di selezione è molto restrittivo - spiega Andrea Arcarisi - e avviene per curriculum. Dopo diverse esperienze in Università e con aziende come AIRBUS ho inviato la mia candidatura e mi hanno selezionato. Per dodici giorni ho vissuto in una simulazione di vita nell’ambiente della Stazione Spaziale, che ricreava le condizioni di vita di un astronauta in Habitat Lunare, portando avanti la mia ricerca scientifica e facendo fronte a imprevisti simulati, per testare la mia resistenza allo stress e la mia capacità di reazione.Per esempio, una volta hanno spento luci e ogni dispositivo, in una simulazione di un guasto del modulo, e mi sono dovuto organizzare a resistere senza luce, né riscaldamento, né alcun sistema operativo per molte ore.”.
“La ricerca scientifica che ho portato avanti nel modulo - prosegue Andrea - riguardava il test di una prototipo di un CubeSat, un mini satellite innovativo ed autonomo che sto sviluppando nella mia tesi di laurea Magistrale presso l’Università di Pisa, seguito da Lorenzo Pollini e Giordana Bucchioni. Oltre al satellite, mi sono occupato di testare dei sensori indossabili prodotti da Weabios, startup del Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione, per un prototipo di monitoraggio dello stress degli astronauti in missione. In particolare, la sedia su cui lavoravo aveva una copertura sensorizzata, in grado di monitorare il mio movimento e i miei parametri fisiologici".
“Tra i prossimi passi in futuro - conclude- oltre alla tesi, ci sono brevetti di volo, immersioni subacquee e altri passaggi necessari in vista delle selezioni finali per gli astronauti dell’ESA nel 2030”.
Il sogno di esplorare le stelle, che Andrea ha inseguito con determinazione, passione e dedizione, sta diventando sempre più concreto.
Con il piede giusto: nuova luce sull'evoluzione delle nostre “strutture di sostegno” da bipedi
“Il piede umano è uno dei più complessi capolavori dell'evoluzione, un'opera d'arte della biomeccanica: non è solo una struttura che ci permette di camminare, correre e saltare, ma è un vero e proprio testimone del nostro passato e del nostro presente”. A parlare è Rita Sorrentino, ricercatrice al Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali dell’Università di Bologna e prima autrice di un ampio studio, pubblicato su Communication Biology, che getta nuova luce sulla complessa evoluzione dei nostri piedi.
L’attività di ricerca – che ha coinvolto anche studiosi dell’Istituto Ortopedico Rizzoli e dell’Università di Pisa – si è concentrata sull’arco longitudinale mediale del piede: una caratteristica unica che differenzia la nostra specie, l’Homo sapiens, dai primati non umani.
L’arco longitudinale e il problema dei piedi piatti
L'arco longitudinale è un adattamento funzionale che permette al piede di passare da ammortizzatore a leva durante le fasi di contatto e distacco con il terreno: un meccanismo che ci permette di avere una camminata bipede efficiente. Nonostante la sua rilevanza, non è però ancora chiaro quando questa caratteristica sia comparsa nel corso della nostra storia evolutiva. E a complicare ulteriormente il quadro c’è il tema dei “piedi piatti”: una condizione diffusa, caratterizzata da un appiattimento più o meno accentuato dell’arco longitudinale mediale.
“Non tutti i piedi piatti sono uguali e le definizioni cliniche di piedi piatti negli esseri umani viventi non hanno raggiunto un consenso”, spiegano infatti Alberto Leardini e Claudio Belvedere, studiosi del Laboratorio di Analisi del movimento e valutazione funzionale protesi dell’Istituto Ortopedico Rizzoli, tra gli autori dello studio.
Per cercare di trovare risposte, gli studiosi si sono concentrati in particolare sul ruolo dell’osso navicolare, la chiave di volta dell'arco longitudinale mediale del piede.
“I risultati di questo studio mettono in luce che la morfologia del navicolare varia in modo significativo tra gli individui con piedi piatti e quelli con arco longitudinale ben sviluppato”, spiega Maria Giovanna Belcastro, professoressa al Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali dell’Università di Bologna e coordinatrice del lavoro. “In particolare, gli individui con piedi piatti acquisiti in età adulta mostrano differenze nella forma del navicolare rispetto a quelli con archi normali o piedi piatti congeniti, cioè presenti dalla nascita”.
Uno sviluppo, questo, che solleva interrogativi sulla natura dei piedi piatti congeniti, suggerendo che possano rappresentare una variante normale della morfologia del piede, ed evidenziando quindi l'importanza della morfologia ossea nella struttura dell'arco del piede.
Piedi e stili di vita
Un altro aspetto affascinante su cui si sono concentrati gli studiosi riguarda le differenze tra gruppi di popolazioni moderne di Homo sapiens. I risultati suggeriscono infatti che lo sviluppo dell’arco longitudinale possa essere influenzato da variabili come il tipo di calzature, lo stile di vita e le strategie di locomozione prevalenti.
"Abbiamo visto che gli individui appartenenti a gruppi di cacciatori-raccoglitori, che vivono senza calzature, mostrano piedi più flessibili nella mobilità e relativamente più piatti rispetto a quelli delle popolazioni che utilizzano calzature moderne", dice Damiano Marchi, professore all’Università di Pisa, tra gli scopritori di Homo naledi e tra i coordinatori dello studio. "Queste differenze possono essere attribuite a stili di vita e pratiche culturali: i piedi delle popolazioni di cacciatori-raccoglitori potrebbero quindi rappresentare una forma più vicina a quella dei nostri antenati preistorici".
Fossili a confronto
L'indagine ha anche messo a confronto la struttura dei nostri piedi con i fossili di Homo sapiens antichi e di altre specie umane del passato.
"Alcuni dei fossili analizzati, come quelli di Homo floresiensis, Australopithecus afarensis e Homo naledi, mostrano caratteristiche nel navicolare più simili a quelle dei grandi primati non umani, suggerendo un adattamento a uno stile di vita sia arboreo che bipede", spiega Stefano Benazzi, professore al Dipartimento di Beni Culturali dell’Università di Bologna, tra i coordinatori dello studio. "Allo stesso tempo, i fossili di Homo habilis sembrano avere una configurazione più simile ai piedi degli esseri umani moderni, indicando una possibile presenza dell'arco longitudinale; questo non esclude però la possibile presenza di un piede piatto simile agli attuali piedi piatti congeniti, vista la somiglianza e vicinanza morfologica del navicolare con quella degli individui che presentano un arco longitudinale sviluppato del piede ".
Lo studio offre in definitiva un nuovo punto di vista sull'evoluzione del piede umano e sulla sua variabilità, contribuendo alla nostra comprensione di come questa parte del corpo si sia adattata alla locomozione bipede.
“Il nostro piede è un vero e proprio testimone del nostro passato e del nostro presente, un capitolo affascinante nella grande storia dell'evoluzione umana”, commenta in conclusione Rita Sorrentino, prima autrice dello studio. “Gli esiti di questa indagine permettono di ricostruire una panoramica completa della variabilità morfologica del piede umano nel corso dell'evoluzione e sollevano importanti questioni riguardo ai piedi piatti congeniti, suggerendo che possano rappresentare una variante normale della morfologia del piede umano”.
I protagonisti dello studio
Lo studio è stato pubblicato su Communications Biology con il titolo “Morphological and evolutionary insights into the keystone element of the human foot’s medial longitudinal arch”. Le indagini sono state condotte da un team internazionale e multidisciplinare composto da paleoantropologi, bioarcheologi, ingegneri biomeccanici e ortopedici e guidato da ricercatori dell’Università di Bologna di diversi dipartimenti: Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali (Maria Giovanna Belcastro, Annalisa Pietrobelli, e Rita Sorrentino), Ingegneria Industriale (Michele Conconi e Nicola Sancisi), Beni Culturali (Stefano Benazzi e Carla Figus).
Allo studio hanno preso parte anche ricercatori e professionisti di: Università di Pisa, IRCCS Istituto Ortopedico Rizzoli, University of Southern California, University of the Witwatersrand, University of Colorado, Monash University, Collège de France - Paris, Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology, Georgian National Museum, Institute for Anthropological Research – Zagreb, University of Southern California, Washington University in St. Louis, New York University, Naturalis Biodiversity Center - Leiden, Western University, The Pennsylvania State University, Dartmouth College.
Con il piede giusto: nuova luce sull'evoluzione delle nostre “strutture di sostegno” da bipedi
“Il piede umano è uno dei più complessi capolavori dell'evoluzione, un'opera d'arte della biomeccanica: non è solo una struttura che ci permette di camminare, correre e saltare, ma è un vero e proprio testimone del nostro passato e del nostro presente”. A parlare è Rita Sorrentino, ricercatrice al Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali dell’Università di Bologna e prima autrice di un ampio studio, pubblicato su Communication Biology, che getta nuova luce sulla complessa evoluzione dei nostri piedi.
L’attività di ricerca – che ha coinvolto anche studiosi dell’Istituto Ortopedico Rizzoli e dell’Università di Pisa – si è concentrata sull’arco longitudinale mediale del piede: una caratteristica unica che differenzia la nostra specie, l’Homo sapiens, dai primati non umani.
L’arco longitudinale e il problema dei piedi piatti
L'arco longitudinale è un adattamento funzionale che permette al piede di passare da ammortizzatore a leva durante le fasi di contatto e distacco con il terreno: un meccanismo che ci permette di avere una camminata bipede efficiente. Nonostante la sua rilevanza, non è però ancora chiaro quando questa caratteristica sia comparsa nel corso della nostra storia evolutiva. E a complicare ulteriormente il quadro c’è il tema dei “piedi piatti”: una condizione diffusa, caratterizzata da un appiattimento più o meno accentuato dell’arco longitudinale mediale.
“Non tutti i piedi piatti sono uguali e le definizioni cliniche di piedi piatti negli esseri umani viventi non hanno raggiunto un consenso”, spiegano infatti Alberto Leardini e Claudio Belvedere, studiosi del Laboratorio di Analisi del movimento e valutazione funzionale protesi dell’Istituto Ortopedico Rizzoli, tra gli autori dello studio.
Per cercare di trovare risposte, gli studiosi si sono concentrati in particolare sul ruolo dell’osso navicolare, la chiave di volta dell'arco longitudinale mediale del piede.
“I risultati di questo studio mettono in luce che la morfologia del navicolare varia in modo significativo tra gli individui con piedi piatti e quelli con arco longitudinale ben sviluppato”, spiega Maria Giovanna Belcastro, professoressa al Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali dell’Università di Bologna e coordinatrice del lavoro. “In particolare, gli individui con piedi piatti acquisiti in età adulta mostrano differenze nella forma del navicolare rispetto a quelli con archi normali o piedi piatti congeniti, cioè presenti dalla nascita”.
Uno sviluppo, questo, che solleva interrogativi sulla natura dei piedi piatti congeniti, suggerendo che possano rappresentare una variante normale della morfologia del piede, ed evidenziando quindi l'importanza della morfologia ossea nella struttura dell'arco del piede.
Piedi e stili di vita
Un altro aspetto affascinante su cui si sono concentrati gli studiosi riguarda le differenze tra gruppi di popolazioni moderne di Homo sapiens. I risultati suggeriscono infatti che lo sviluppo dell’arco longitudinale possa essere influenzato da variabili come il tipo di calzature, lo stile di vita e le strategie di locomozione prevalenti.
"Abbiamo visto che gli individui appartenenti a gruppi di cacciatori-raccoglitori, che vivono senza calzature, mostrano piedi più flessibili nella mobilità e relativamente più piatti rispetto a quelli delle popolazioni che utilizzano calzature moderne", dice Damiano Marchi, professore all’Università di Pisa, tra gli scopritori di Homo naledi e tra i coordinatori dello studio. "Queste differenze possono essere attribuite a stili di vita e pratiche culturali: i piedi delle popolazioni di cacciatori-raccoglitori potrebbero quindi rappresentare una forma più vicina a quella dei nostri antenati preistorici".
Fossili a confronto
L'indagine ha anche messo a confronto la struttura dei nostri piedi con i fossili di Homo sapiens antichi e di altre specie umane del passato.
"Alcuni dei fossili analizzati, come quelli di Homo floresiensis, Australopithecus afarensis e Homo naledi, mostrano caratteristiche nel navicolare più simili a quelle dei grandi primati non umani, suggerendo un adattamento a uno stile di vita sia arboreo che bipede", spiega Stefano Benazzi, professore al Dipartimento di Beni Culturali dell’Università di Bologna, tra i coordinatori dello studio. "Allo stesso tempo, i fossili di Homo habilis sembrano avere una configurazione più simile ai piedi degli esseri umani moderni, indicando una possibile presenza dell'arco longitudinale; questo non esclude però la possibile presenza di un piede piatto simile agli attuali piedi piatti congeniti, vista la somiglianza e vicinanza morfologica del navicolare con quella degli individui che presentano un arco longitudinale sviluppato del piede ".
Lo studio offre in definitiva un nuovo punto di vista sull'evoluzione del piede umano e sulla sua variabilità, contribuendo alla nostra comprensione di come questa parte del corpo si sia adattata alla locomozione bipede.
“Il nostro piede è un vero e proprio testimone del nostro passato e del nostro presente, un capitolo affascinante nella grande storia dell'evoluzione umana”, commenta in conclusione Rita Sorrentino, prima autrice dello studio. “Gli esiti di questa indagine permettono di ricostruire una panoramica completa della variabilità morfologica del piede umano nel corso dell'evoluzione e sollevano importanti questioni riguardo ai piedi piatti congeniti, suggerendo che possano rappresentare una variante normale della morfologia del piede umano”.
I protagonisti dello studio
Lo studio è stato pubblicato su Communications Biology con il titolo “Morphological and evolutionary insights into the keystone element of the human foot’s medial longitudinal arch”. Le indagini sono state condotte da un team internazionale e multidisciplinare composto da paleoantropologi, bioarcheologi, ingegneri biomeccanici e ortopedici e guidato da ricercatori dell’Università di Bologna di diversi dipartimenti: Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali (Maria Giovanna Belcastro, Annalisa Pietrobelli, e Rita Sorrentino), Ingegneria Industriale (Michele Conconi e Nicola Sancisi), Beni Culturali (Stefano Benazzi e Carla Figus).
Allo studio hanno preso parte anche ricercatori e professionisti di: Università di Pisa, IRCCS Istituto Ortopedico Rizzoli, University of Southern California, University of the Witwatersrand, University of Colorado, Monash University, Collège de France - Paris, Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology, Georgian National Museum, Institute for Anthropological Research – Zagreb, University of Southern California, Washington University in St. Louis, New York University, Naturalis Biodiversity Center - Leiden, Western University, The Pennsylvania State University, Dartmouth College.
“Botanici italiani. Cinque secoli di Botanica in 280 biografie”
“Botanici italiani. Cinque secoli di Botanica in 280 biografie” (Ets 2023) è l’ultimo libro del professore Lorenzo Peruzzi, direttore dell’Orto e Museo Botanico e presidente di Sistema Sistema Museale di Ateneo. A partire dall’antesignano Plinio il Vecchio, il volume offre una carrellata di ritratti che va dal XVI al XX secolo passando per nomi quali Leonardo da Vinci e Luca Ghini che a Pisa a Pisa fondò il primo orto botanico accademico al mondo, con scopi di ricerca e didattica.
Pubblichiamo di seguito la presentazione a firma del professore Alessandro Chiarucci, presidente della Società Botanica Italiana.
********
L’autore di questo libro, il Prof. Lorenzo Peruzzi, è certamente uno dei botanici più attivi di questo Paese. Un collega stimato e anche un amico con cui, in questi anni, ho condiviso tante idee per sviluppare progetti di ricerca, ma anche per far riconoscere il valore della botanica e il ruolo dei botanici.
Troppo spesso, si usa il termine “botanico” per indicare in modo generico diverse persone, che possono spaziare dall’appassionato di erbe selvatiche, al giardiniere o all’agronomo. Il botanico non è nessuna di queste figure, o meglio non basta essere una di queste figure per essere botanico. Per diventare botanico, nel nostro paese, non esiste un percorso canonico predefinito, ma si parte da percorsi formativi di ambito scientifico in cui si apprendono conoscenze sulla biologia, l’evoluzione, la sistematica, la biogeografia e l’ecologia delle piante. Ma talvolta diventano botanici persone che hanno svolto studi in percorsi diversi, ad esempio quelli più tecnici. Insomma, si può essere botanici partendo da strade diverse, ma è necessario dedicare tanta attività di studio alla comprensione scientifica di questi diversificati organismi.
In Italia abbiamo avuto una ricca storia di studi botanici, contribuendo in modo significativo allo sviluppo delle conoscenze globali su piante, alghe, funghi e licheni. Si tratta di organismi diversi tra loro, studiati da persone con diverse conoscenze, ma tutti riconoscibili come botanici o botaniche. La “casa comune” della Botanica ha ospitato, e continua ad ospitare, persone con interessi focalizzati su svariati aspetti di organismi così diversi. Ma, come in tutte le cose umane, è la qualità delle persone che fa la differenza. Anche la Scienza è fatta di persone, e sono necessarie persone di qualità per fare scienza di alto valore. La Botanica non fa eccezione ed è arrivata dove è arrivata grazie a persone spesso eccezionali, dei cui meriti dobbiamo avere memoria. Sulle spalle dei giganti si vede lontano, dice una nota massima.
Il libro Botanici italiani di Lorenzo Peruzzi raccoglie una serie di biografie di persone che hanno rivestito un ruolo importante per lo sviluppo e l’accumulo di conoscenze botaniche, molti dei quali sono stati dei veri e propri giganti. Da Plinio il Vecchio e Leonardo da Vinci, fino a colleghe e colleghi dei nostri giorni. L’autore ha avuto il grande merito di raccogliere brevi, ma precise biografie di ben 280 personalità botaniche del nostro paese, rendendo disponibile a tutti le informazioni sulla loro vita, i loro studi e il loro contributo allo sviluppo della Botanica.
Come Presidente della Società Botanica Italiana sono orgoglioso che la comunità botanica nazionale sia costruita su radici culturali così profonde e diversificate e non posso che ringraziare Lorenzo per aver realizzato una opera che celebra queste persone, a cui tanto dobbiamo in termini di conoscenza e di progresso scientifico.
Alessandro Chiarucci
Alma Mater Studiorum - Università di Bologna
Presidente della Società Botanica Italiana
I cittadini scienziati riscoprono farfalle che temevamo scomparse dai parchi nazionali italiani
Coinvolgere i cittadini nella difesa della biodiversità può dare risultati inaspettati, come la riscoperta di specie che credevamo scomparse dai nostri ecosistemi. Lo documenta uno studio coordinato dall’Università di Firenze e a cui ha contribuito anche l’Università di Pisa, che riporta i risultati della partecipazione degli appassionati di farfalle nel monitoraggio delle specie presenti nei parchi nazionali italiani. La ricerca, pubblicata sulla rivista Biodiversity and Conservation, rappresenta un caso virtuoso di citizen science e ha permesso di aggiornare gli indici di rischio di estinzione delle circa 250 specie presenti nei parchi nazionali italiani. Responsabile dello studio è Leonardo Dapporto, ricercatore di Zoologia dell’Ateneo fiorentino, che ha guidato il team composto anche dai ricercatori delle Università di Pisa e di Torino e dell’Institute of Evolutionary Biology di Barcellona. Per l’Università di Pisa ha partecipato Alessandro Cini, ricercatore del Dipartimento di Biologia.
Hipparchia neomiris, foto di stefanodirektor, dal sito iNaturalist.org.
“Per la comunità degli studiosi può essere difficile raccogliere i dati necessari per registrare l’andamento della presenza degli insetti, tanto che per alcune specie paventavamo l’estinzione da alcuni Parchi nazionali in quanto mancavano conferme da decenni – spiega Dapporto – A scongiurare un possibile armageddon sono stati proprio i cittadini: con le foto e le informazioni su data e luogo degli scatti, postati sul sito di citizen science iNaturalist, abbiamo raccolto oltre 50.000 testimonianze per l’Italia, molto superiori alle osservazioni che avremmo potuto registrare durante le attività di ricerca sul campo”.
Grazie alla documentazione caricata negli ultimi quattro anni dagli appassionati, infatti, il team di ricercatori ha potuto confermare la presenza di farfalle di cui non si avevano avvistamenti da alcuni decenni. “Quando di un insetto non si hanno segnalazioni recenti, alla sua specie viene attribuito un indice di rischio di estinzione, che è il risultato del rapporto tra gli anni in cui le osservazioni sono assenti e quelli da cui si registra la prima presenza. La misura si applica a tutte le specie di un Parco per ottenere una percentuale generale di rischio. Per svariati ambienti e popolazioni di farfalle, questo indice si attestava su valori al di sopra del 50%, molto lontani quindi dal rischio zero – chiarisce il ricercatore. Per esempio, nello studio, abbiamo preso in esame specie delle quali non si avevano più avvistamenti dagli anni ’60, dunque con un rischio di estinzione estremamente elevato nei nostri Parchi”.
Valutando i dati della comunità virtuale dei naturalisti, spesso neppure consapevoli di aver ‘preso nella rete’ un esemplare rarissimo, i ricercatori hanno riconosciuto molte farfalle date per scomparse. È il caso di Hipparchia neomiris, specie endemica di poche isole e ‘sparita’ dagli anni ’80 a Capraia, finché due cittadini scienziati l’hanno registrata nel 2019 e nel 2020. “Le osservazioni dei cittadini scienziati ci fanno capire che la situazione è più rosea di quella descritta dalla letteratura scientifica – commenta Dapporto – Complessivamente, infatti, abbiamo abbassato di circa 11% l’alert relativo alle farfalle presenti nei Parchi naturalistici, che potrebbero contribuire a sviluppare le competenze degli appassionati e beneficiare così del loro straordinario contributo alla difesa della biodiversità degli insetti impollinatori”.
Alessandro Cini, ricercatore del Dipartimento di Biologia dell'Università di Pisa.
Oltre ad aiutare a valutare lo stato di salute delle farfalle dei Parchi nazionali italiani, lo studio permette anche di capire l'importanza e il tipo di contributo che i cittadini scienziati possono fornire con i loro dati. "Questo aspetto è di grande importanza e attualità - aggiunge Alessandro Cini - capire i limiti e i punti di forza della scienza fatta dai e con i cittadini è un aspetto molto attuale della ricerca scientifica. Se infatti da un lato coinvolgere molte persone garantisce una grande quantità di segnalazioni, dall’altro ci potremmo aspettare che i dati risultanti possano essere frammentari e spesso molto dipendenti dalle preferenze delle singole persone. Questi bias esistono, ad esempio nel nostro studio mettiamo in luce che i cittadini scienziati che segnalano meno farfalle tendono a segnalare soprattutto quelle più appariscenti, ma questo non inficia la qualità e l'importanza del dato, di fatto mostrando come la citizen science, seppur con alcuni limiti inerenti, stia diventando un prezioso strumento nella cassetta degli attrezzi degli scienziati della conservazione". Proprio di citizen science si parlerà i prossimi 24, 25 e il 26 novembre agli Arsenali Medicei di Pisa in occasione dell'incontro nazionale del Network di Citizen Science.
Disaster Recovery: accordo tra Università di Pisa e Comune di Livorno
Incrementare la sicurezza del patrimonio informativo del comune e accrescere le opportunità di connettività delle scuole e del territorio. È questo lo scopo dell’accordo sottoscritto da Università di Pisa e Comune di Livorno per l’attivazione di un servizio di Disaster Recovery presso il Green Data Center (GDC) dell’Ateneo. Qui, il Comune potrà collocare degli apparati di storage dove effettuare copie di sicurezza dei proprio dati.
“Con l’attivazione di questo nuovo servizio di disaster recovery presso il nostro Green Data Center (GDC) il patrimonio dei dati informatici del Comune di Livorno viene messo al sicuro da possibili disastri – ha commentato Giuseppe Anastasi, Delegato del Rettore per la transizione digitale - Quello compiuto oggi è un passo importante nel processo di trasformazione digitale che il nostro Ateneo sostiene da tempo, mettendo a servizio del territorio le proprie infrastrutture. Non a caso l’accordo che abbiamo siglato si colloca nel quadro più ampio di una convenzione che riguarda tutta la rete civica cittadina e che vede diversi punti strategici del comune di Livorno collegati alla rete di Ateneo. Un modello di relazione il cui punto di forza è il ruolo interattivo e di reciprocità dell’Università rispetto al sistema locale, in cui l'Ateneo pisano, senza perdere la sua connotazione internazionale, diventa il motore di un processo di crescita e di sviluppo territoriale”.
“Questo accordo ci permette di innovare il nostro territorio attraverso due modalità – ha commentato l’Assessora all’Innovazione e all’Università del Comune di Livorno, Barbara Bonciani - La prima innovazione è quella della rete nazionale a banda ultra-larga (GARR-T) di nuova generazione che è dedicata alla comunità dell’istruzione e della ricerca. Grazie alla collaborazione con l’Università abbiamo avuto l’opportunità di portare questa rete ad ausilio delle scuole, dei poli universitari e dei centri di ricerca presenti sul nostro territorio. La seconda innovazione è l’attivazione di questo servizio di disaster recovery che permette di mettere in sicurezza il patrimonio informativo dell’Ente, un elemento di grande importanza per la nostra città e realizzato in collaborazione con l’Università di Pisa”.
”La accordo siglato oggi è un’ulteriore conferma del forte legame tra università di Pisa e città di Livorno – ha dichiarato Marco Macchia, Delegato del Rettore per i rapporti con il territorio - Abbiamo oltre 3000 studenti livornesi iscritti all’Università di Pisa, 6000 se consideriamo l’intera provincia. Per non parlare del Polo di Logistica di Villa Letizia, dove si tengono due nostri corsi di laurea, con più di 400 studenti che vengono da tutta Italia e che sono un unicum sul territorio. Si tratta di un’interazione importante che rientra nella nostra ‘terza missione’ la quale, nel caso specifico, ha come obiettivo quello di valorizzare il territorio e favorire la formazione dei giovani affinché possano trovare sbocchi occupazionali sul territorio di Livorno”.
Un solo accordo, più benefici
L’accordo tra Comune di Livorno e Università di Pisa rappresenta una buona pratica che rende evidenti le potenzialità della collaborazione tra enti locali e istituzioni universitarie.
In particolare, l’accordo consente di raggiungere due risultati importanti:
- offre all’Ente la possibilità di rafforzare la propria postura in termini di sicurezza dei dati, avendo la possibilità di disporre di un sito di backup presso il Green Data Center dell’Università di Pisa;
- consente alle scuole superiori del Comune di Livorno di essere connesse ad una rete dati ad alte prestazioni, condizione abilitante per una didattica moderna e supporto fondamentale per lo sviluppo di progettualità e sperimentazioni a carattere innovativo, in particolare nell’ambito delle materie STEM.
La rete GARR e il Green Data Center
Collegata, dal marzo di quest'anno, con secondo nodo (PoP) alla rete nazionale a banda ultra-larga di nuova generazione "GARR-T", dedicata alla comunità dell’istruzione e della ricerca, la rete dell'Università di Pisa ha oggi una banda utilizzabile di 100 Gigabit/secondo che consente agli enti del territorio di mettere a disposizione della comunità servizi digitali di ultima generazione che permettono una miglior gestione del tempo e significativi risparmi in termini di risorse.
Un potenziamento, dunque, dà modo di sfruttare a pieno le potenzialità e di valorizzare le risorse dell'infrastruttura territoriale dell'Ateneo. In primo luogo, il Green Data Center dell’Ateneo, uno dei principali datacenter italiani nel panorama delle Pubbliche amministrazioni, asset strategico per le attività di ricerca dell’Università di Pisa e uno dei pochissimi classificato «A» da AgID. Ma anche elemento centrale di quello che un vero proprio “modello UniPi” di transizione digitale, in cui l’Università di Pisa mette a disposizione del territorio le sue infrastrutture e le sue forti competenze nel campo dell’ICT.
Modello che oggi coinvolge non solo la comunità universitaria e scientifica pisana, ma anche le reti civiche e le scuole di ogni ordine e grado di Pisa e di Livorno, con importanti ricadute sia a livello sociale che economico.
Primi laureati con titolo congiunto Università di Pisa e Nürtingen-Geislingen University
Doppio titolo per cinque studenti del dipartimento di Economia e Management dell’Università di Pisa. Federico Bianchini, Carlotta Francalanci, Anna Gori, Anita Minichino e Matteo Pulisci hanno conseguito la Laurea Magistrale in Banca, Finanza Aziendale e Mercati finanziari all’Ateneo pisano e il Master in International Finance della Nuertingen-Geislingen University International Finance in Germania.
Un momento della cerimonia, i laureati e le laureate in prima fila
La sessione di laurea si è svolta lunedì 23 ottobre e a dicembre è prevista una seconda proclamazione presso la Nuertingen-Geislingen. La cerimonia è stata aperta dai saluti della professoressa Elena Bruno, presidente del Corso di Studi, che ha ricordato la professoressa Giovanna Mariani, scomparsa nel novembre del 2022, promotrice e ideatrice del doppio titolo. La commissione di laurea, presieduta dalla professoressa Bruno, era composta dai professori Vincenzo Pinto, Caterina Giannetti, Emanuele Vannucci, Alberto Lang e Zeila Occhipinti.
Primi laureati con titolo congiunto Università di Pisa e Nürtingen-Geislingen University
Doppio titolo per cinque studenti del dipartimento di Economia e Management dell’Università di Pisa. Federico Bianchini, Carlotta Francalanci, Anna Gori, Anita Minichino e Matteo Pulisci hanno conseguito la Laurea Magistrale in Banca, Finanza Aziendale e Mercati finanziari all’Ateneo pisano e il Master in International Finance della Nuertingen-Geislingen University International Finance in Germania.
Un momento della cerimonia, i laureati e le laureate in prima fila
La sessione di laurea si è svolta lunedì 23 ottobre e a dicembre è prevista una seconda proclamazione presso la Nuertingen-Geislingen. La cerimonia è stata aperta dai saluti della professoressa Elena Bruno, presidente del Corso di Studi, che ha ricordato la professoressa Giovanna Mariani, scomparsa nel novembre del 2022, promotrice e ideatrice del doppio titolo. La commissione di laurea, presieduta dalla professoressa Bruno, era composta dai professori Vincenzo Pinto, Caterina Giannetti, Emanuele Vannucci, Alberto Lang e Zeila Occhipinti.
Esperti in dieta mediterranea, nasce un master all’Università di Pisa
Via la plastica dal packaging: dalla mosca soldato nera nascono gli eco-imballaggi per alimenti a base di chitosano e oli essenziali
In spray, liquido, pellicola o in vaschette ecco gli eco-imballaggi a base di chitosano ricavato dall’esoscheletro di insetti come la mosca soldato nera. L’innovazione per ridurre l’uso della plastica nel packaging arriva dal progetto europeo PRIMA Fedkito appena giunto a conclusione e coordinato dalla professoressa Barbara Conti del dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Agro-ambientali dell’Università di Pisa.
“Il chitosano è una sostanza del tutto naturale e biodegradabile che ha molteplici usi in agricoltura biologica e nell’industria cosmetica, farmacologica, medica, veterinaria e tessile – spiega Barbara Conti – Generalmente si ricava dall’esoscheletro di crostacei o dalle pareti cellulari dei funghi, ma anche da insetti. Seguendo un criterio di economia circolare noi per produrlo abbiamo utilizzato le pupe di Hermetia illucens (Diptera Stratiomyidae), conosciuta anche come mosca soldato nera, allevata su scarti organici della filiera alimentare”.
In generale, gli imballaggi messi a punto sono stati pensati a seconda delle caratteristiche dei cibi. Si va dalla pellicola alle vaschette sino allo spray per proteggere frutta, verdura, carne formaggi e prosciutti in stagionatura
Per potenziare gli effetti protettivi del chitosano, i ricercatori hanno inoltre sperimentato l’aggiunta di oli essenziali che già da soli hanno proprietà insetticide e fungicide. Il risultato sono stati imballaggi aromatizzati in modo diverso, con un valore aggiunto dal punto di vista sensoriale, come ad esempio uno spray al chitosano e pepe nero per esaltare le caratteristiche organolettiche e l’aspetto brillante e fresco di piccoli hamburger.
Un ulteriore passo avanti della sperimentazione è stata la produzione di imballaggi non solo sostenibili ma intelligenti. L’unità di ricerca dell’Università di Bologna diretta dalla professoressa Elisa Michelini ha infatti messo a punto dei biosensori di nuova generazione, economici e molto semplici da usare, da applicare sulle confezioni in chitosano per monitorare la presenza e la quantità di contaminanti, batteri, micotossine, ma anche la qualità del cibo confezionato.
Oltre all’Università di Pisa, il consorzio del progetto Fedkito comprende le Università di Bologna, Hassan II di Casablanca in Marocco, Tessaglia in Grecia, la Sorbona e il Centre Technique Industriel de la Plasturgie et des Composites per la Francia, il Centro di Biotecnologia di Borj Cedria in Tunisia e, come partner aziendali due italiane, Gusto parmigiano e Azienda Agricola Salvadori Furio.