Proiezione del documentario "Mingong"
Il 19 dicembre alle 21, presso l'Aula AM2 in Largo Bruno Pontecorvo il regista Davide Crudetti presenta la proiezione del documentario "Mingong".
Mingong è un film documentario nato dal progetto di viaggio "Il villaggio e la Città. la Cina alle prese con se stessa", di Davide Crudetti, Lavinia Pastore, Davide Lupi e Xia Chen, premiato con la menzione speciale nell'ambito del progetto Fuorirotta.
La proiezione è organizzata dall'Associazione Pisa città di frontiera ed è svolta con i contributi per le attività studentesche autogestite dell'Università di Pisa.
Info
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The species of Lucy was polygynous, new footprints show
New footprints of early bipedal hominins discovered at Laetoli, Tanzania, indicate marked body size variation among our 3.65 million-years-old ancestors and suggest a new insight into their social behaviour. This discovery is being published on the open-access journal eLife. Giovanni Boschian, professor at the University of Pisa, is one of the author of the study, together with Marco Cherin, University of Perugia, Giorgio Manzi, Sapienza University of Rome, Jacopo Moggi-Cecchi, University of Florence, and Fidelis T. Masao, University of Dar es Salaam.
Fossil bones and teeth tell us a lot about various aspects of human evolution, but footprints are a different story. Footprints are rare: they can be impressed in the ground, preserved over time and eventually discovered millions of years later only because of unique circumstances. Like a spotlight on a prehistoric scene, fossil tracks provide data about the locomotion biomechanics and body size of the extinct creatures and reveal the diversity among individuals, explaining even their reproductive strategies.
The new trackway was found at Laetoli, in the Ngorongoro Conservation Area of northern Tanzania, in the same area where the legendary Mary Leakey and her team of researchers discovered in the late 1970s a trackway of more than 3.6 million years ago, commonly attributed to Australopithecus afarensis (the species of the renowned Lucy). Surrounded by dozens of footprints of other mammals and birds and by raindrop impressions, this new trackway was left by two bipedal individuals walking on the same palaeosurface, at the same time and direction and at a similar moderate speed as those documented in the late 1970s. This novel evidence, taken as a whole with the previous one, portrays several bipedal early hominins moving as a group through the landscape, after a volcanic eruption and a subsequent rainfall. Of course, this is a fascinating image, but there is more. The footprints of one of the new individuals are astonishingly larger than anyone else’s in the group, suggesting he was a very large male of the species. This exceptional body size makes him the largest Australopithecus afarensis specimen identified so far.
A conclusion is that the Laetoli individuals were one male, two or three females and one or two juvenile individuals. This suggests that the traditional representation of the 1970s trackway with a couple of Australopithecus, romantically walking arm in arm and followed by their kid, can be misleading.
Conversely, both the new composition of the group and the impressive body size difference suggested by the inclusive Laetoli footprint-set point to a considerable sexual dimorphism in Australopithecus afarensis. In turn, this view supports social organization and reproductive strategies closer to the polygynous gorillas than to other moderately dimorphic species, like the promiscuous chimpanzees and bonobos or most of the extant and, possibly, the extinct humans.
Orme fossili e paleobiologia: la specie di Lucy era poligama?
Nuove orme di ominini scoperte a Laetoli, nella Ngorongoro Conservation Area in Tanzania, aprono prospettive inedite sullo studio del comportamento sociale dell’Australopithecus afarensis, la stessa specie della famosa Lucy, rivoluzionando l’immagine “romantica” che abbiamo dei nostri antenati vissuti 3.6 milioni di anni fa. Lo studio, pubblicato sulla rivista eLife, è stato condotto dalla Scuola di Paleoantropologia dell’Università di Perugia in collaborazione con ricercatori delle università di Pisa, Sapienza di Roma, Firenze e Dar es Salaam.
Fotogallery: Le immagini della ricerca
«Le vecchie impronte rinvenute negli anni settanta da Mary Leakey avevano portato a numerose interpretazioni, la più famosa delle quali è quella della coppia di ominini che passeggia col braccio di lui sulla spalla di lei seguiti da un terzo individuo di medie dimensioni – spiega Giovanni Boschian dell’Università di Pisa – Le tracce appartenevano infatti a tre individui, due che procedevano affiancati (grande e piccolo/maschio e femmina) e il terzo (il medio) che camminava nelle impronte del più grande. Le nuove orme, ritrovate a circa 150 metri dalle vecchie, appartengono ad altri due individui, uno molto più grosso degli altri, probabilmente un maschio, l’altro di medie dimensioni. Ne consegue che probabilmente non si trattava di una famigliola formata da una coppia monogamica padre-madre più figlio, ma di un gruppo costituito da un grande maschio dominante e vari altri individui di vari sessi e dimensioni».
Circondata da centinaia di impronte appartenenti a mammiferi, uccelli e persino a gocce di pioggia, la nuova pista di Laetoli è stata impressa da due individui bipedi, in movimento sulla stessa paleosuperficie, nello stesso intervallo di tempo, nella stessa direzione e con simile velocità dei tre individui documentati negli anni settanta. Questa nuova prova, associata alla precedente, permette dunque d’immaginare un gruppo di ominini bipedi in movimento compatto attraverso un tipico ambiente africano di savana. Le orme del grosso maschio sono sorprendentemente più grandi di quelle del resto del gruppo, suggerendo dimensioni corporee che lo rendono il più grande rappresentante di Australopithecus afarensis identificato finora, con una statura stimata di 1.65 metri.
L’ipotesi è dunque che il “quintetto” di Laetoli fosse composto da un maschio, due/tre femmine e uno/due giovani, fatto che porta a smentire la ricostruzione classica. La nuova ipotesi sulla composizione del gruppo sociale e le significative differenze di taglia tra gli individui di Laetoli portano a riconoscere Australopithecus afarensis come una specie ad alto livello di dimorfismo sessuale. A sua volta, ciò consente d’ipotizzare che questi ominini estinti potessero avere un’organizzazione sociale e delle strategie riproduttive più simili all’attuale gorilla (scimmia antropomorfa poligama ad alto dimorfismo sessuale), piuttosto che a specie moderatamente dimorfiche come i promiscui scimpanzé e bonobo, oppure la maggior parte degli uomini moderni e, forse, di quelli estinti.
Come un’istantanea su una scena preistorica, le tracce fossili forniscono dati sulla biomeccanica della locomozione, sulle dimensioni corporee, rivelano indizi sulla variabilità tra individui, permettendo come in questo caso di formulare ipotesi sulla struttura sociale e sulle strategie riproduttive degli organismi estinti: «Il mio lavoro è stato prevalentemente geologico – specifica Boschian – Ho verificato che le nuove orme appartenessero al medesimo strato e che di conseguenza avessero la stessa età geologica delle precedenti e soprattutto che fosse probabile che si trovassero sulla stessa superficie, ovvero che fossero state impresse contemporaneamente a quelle della vecchia serie. Altrimenti tutta la nuova interpretazione non reggerebbe».
Il lavoro ha incluso l’osservazione e il rilevamento degli strati con impronte in un’area ampia vari km quadrati attorno al sito principale e il riconoscimento dei caratteri sedimentologici delle sequenze di ceneri vulcaniche affioranti nell’area. «L'Africa, dove lavoro ormai da diversi anni, è un luogo eccezionale per lo studio degli ominidi antichi, del loro comportamento e della loro evoluzione – conclude il professore – Le impronte che abbiamo trovato sono impressionanti: il loro stato di conservazione quasi perfetto ci fa quasi credere che persone vissute 3.6 milioni di anni fa siano passate di lì poco prima di noi e che guardando avanti le si possa distinguere mentre camminano, in distanza. Se poi si considera il fatto che l'ambiente attuale non è molto diverso da quello in cui loro si trovavano, l'impressione è ancora più forte».
Ne hanno parlato:
Corriere della Sera
Repubblica
Ansa
AGI
ADNkronos
National Geographic (Italia)
Le Scienze
Rai News
Greenreport.it
InToscana.it
QuiNewsPisa
gonews.it
BBC News
Live Science
National Geographic
Daily Mail
Chicago Tribune
Orme fossili e paleobiologia: la specie di Lucy era poligama?
Nuove orme di ominini scoperte a Laetoli, nella Ngorongoro Conservation Area in Tanzania, aprono prospettive inedite sullo studio del comportamento sociale dell’Australopithecus afarensis, la stessa specie della famosa Lucy, rivoluzionando l’immagine “romantica” che abbiamo dei nostri antenati vissuti 3.6 milioni di anni fa. Lo studio, pubblicato sulla rivista eLife, è stato condotto dalla Scuola di Paleoantropologia dell’Università di Perugia in collaborazione con ricercatori delle università di Pisa, Sapienza di Roma, Firenze e Dar es Salaam.
«Le vecchie impronte rinvenute negli anni settanta da Mary Leakey avevano portato a numerose interpretazioni, la più famosa delle quali è quella della coppia di ominini che passeggia col braccio di lui sulla spalla di lei seguiti da un terzo individuo di medie dimensioni – spiega Giovanni Boschian dell’Università di Pisa – Le tracce appartenevano infatti a tre individui, due che procedevano affiancati (grande e piccolo/maschio e femmina) e il terzo (il medio) che camminava nelle impronte del più grande. Le nuove orme, ritrovate a circa 150 metri dalle vecchie, appartengono ad altri due individui, uno molto più grosso degli altri, probabilmente un maschio, l’altro di medie dimensioni. Ne consegue che probabilmente non si trattava di una famigliola formata da una coppia monogamica padre-madre più figlio, ma di un gruppo costituito da un grande maschio dominante e vari altri individui di vari sessi e dimensioni».
Circondata da centinaia di impronte appartenenti a mammiferi, uccelli e persino a gocce di pioggia, la nuova pista di Laetoli è stata impressa da due individui bipedi, in movimento sulla stessa paleosuperficie, nello stesso intervallo di tempo, nella stessa direzione e con simile velocità dei tre individui documentati negli anni settanta. Questa nuova prova, associata alla precedente, permette dunque d’immaginare un gruppo di ominini bipedi in movimento compatto attraverso un tipico ambiente africano di savana. Le orme del grosso maschio sono sorprendentemente più grandi di quelle del resto del gruppo, suggerendo dimensioni corporee che lo rendono il più grande rappresentante di Australopithecus afarensis identificato finora, con una statura stimata di 1.65 metri.
L’ipotesi è dunque che il “quintetto” di Laetoli fosse composto da un maschio, due/tre femmine e uno/due giovani, fatto che porta a smentire la ricostruzione classica. La nuova ipotesi sulla composizione del gruppo sociale e le significative differenze di taglia tra gli individui di Laetoli portano a riconoscere Australopithecus afarensis come una specie ad alto livello di dimorfismo sessuale. A sua volta, ciò consente d’ipotizzare che questi ominini estinti potessero avere un’organizzazione sociale e delle strategie riproduttive più simili all’attuale gorilla (scimmia antropomorfa poligama ad alto dimorfismo sessuale), piuttosto che a specie moderatamente dimorfiche come i promiscui scimpanzé e bonobo, oppure la maggior parte degli uomini moderni e, forse, di quelli estinti.
Come un’istantanea su una scena preistorica, le tracce fossili forniscono dati sulla biomeccanica della locomozione, sulle dimensioni corporee, rivelano indizi sulla variabilità tra individui, permettendo come in questo caso di formulare ipotesi sulla struttura sociale e sulle strategie riproduttive degli organismi estinti: «Il mio lavoro è stato prevalentemente geologico – specifica Boschian – Ho verificato che le nuove orme appartenessero al medesimo strato e che di conseguenza avessero la stessa età geologica delle precedenti e soprattutto che fosse probabile che si trovassero sulla stessa superficie, ovvero che fossero state impresse contemporaneamente a quelle della vecchia serie. Altrimenti tutta la nuova interpretazione non reggerebbe».
Il lavoro ha incluso l’osservazione e il rilevamento degli strati con impronte in un’area ampia vari km quadrati attorno al sito principale e il riconoscimento dei caratteri sedimentologici delle sequenze di ceneri vulcaniche affioranti nell’area. «L'Africa, dove lavoro ormai da diversi anni, è un luogo eccezionale per lo studio degli ominidi antichi, del loro comportamento e della loro evoluzione – conclude il professore – Le impronte che abbiamo trovato sono impressionanti: il loro stato di conservazione quasi perfetto ci fa quasi credere che persone vissute 3.6 milioni di anni fa siano passate di lì poco prima di noi e che guardando avanti le si possa distinguere mentre camminano, in distanza. Se poi si considera il fatto che l'ambiente attuale non è molto diverso da quello in cui loro si trovavano, l'impressione è ancora più forte».
A 'Buongiorno Regione' la ricerca pisana sulla disabilità intellettiva coordinata dal professor Andreazzoli
Nell’ambito della settimana dedicata alla raccolta fondi della Fondazione Telethon, che si tiene dall'11 al 18 dicembre, la trasmissione "Buongiorno Regione" di RAI 3 ha dato spazio alla ricerca coordinata dal professor Massimiliano Andreazzoli, del Dipartimento di Biologia dell'Università di Pisa, che lo scorso anno si era aggiudicato un finanziamento triennale Telethon per studiare le basi molecolari di una forma di disabilità intellettiva associata a disturbi dello spettro autistico, dovuta a mutazioni nel gene Setd5.
All'interno dei laboratori di Biologia cellulare e dello sviluppo, il professor Andreazzoli ha presentato i risultati del primo anno di ricerca, che è stato dedicato alla generazione e all’analisi di un modello della malattia umana negli embrioni di zebrafish. Quest'ultimo è un piccolo pesce d’acquario che rappresenta un modello molto utile per studiare questa forma di malattia, perché condivide con i mammiferi, uomo incluso, le fasi fondamentali dello sviluppo del cervello e i geni che controllano questi eventi. I dati ottenuti evidenziano che una riduzione della quantità di Setd5 induce i neuroni del cervello embrionale ad andare incontro a morte cellulare. Le prime informazioni sul meccanismo d’azione di questa proteina indicano che questo effetto possa essere mediato dalla specifica capacità di Setd5 di modificare gli istoni, proteine che interagiscono con il DNA regolandone la trascrizione. Gli esperimenti futuri saranno quindi volti ad approfondire questa analisi e a estenderla a studi comportamentali.
I finanziamenti Telethon hanno anche permesso di potenziare il gruppo di ricerca coordinato dal professor Andreazzoli, consentendo a una ricercatrice italiana, specializzatasi all’estero, di rientrare nel nostro paese portando un prezioso contributo agli studi in corso. Oltre al professor Andreazzoli, fanno parte del gruppo di ricerca le dottoresse Viviana Guadagni, Cecilia Pucci e Chiara Gabellini e il dottor Davide Martini.
A 'Buongiorno Regione' la ricerca pisana sulla disabilità intellettiva
Nell’ambito della settimana dedicata alla raccolta fondi della Fondazione Telethon, che si tiene dall'11 al 18 dicembre, la trasmissione Buongiorno Regione di RAI 3 ha dato spazio alla ricerca coordinata dal professor Massimiliano Andreazzoli, del Dipartimento di Biologia dell'Università di Pisa, che lo scorso anno si era aggiudicato un finanziamento triennale Telethon per studiare le basi molecolari di una forma di disabilità intellettiva associata a disturbi dello spettro autistico, dovuta a mutazioni nel gene Setd5.
All'interno dei laboratori di Biologia cellulare e dello sviluppo, il professor Andreazzoli ha presentato i risultati del primo anno di ricerca, che è stato dedicato alla generazione e all’analisi di un modello della malattia umana negli embrioni di zebrafish.
Guarda il servizio di Buongiorno Regione.
Guarda il servizio del TGR Toscana.
Quest'ultimo è un piccolo pesce d’acquario che rappresenta un modello molto utile per studiare questa forma di malattia, perché condivide con i mammiferi, uomo incluso, le fasi fondamentali dello sviluppo del cervello e i geni che controllano questi eventi. I dati ottenuti evidenziano che una riduzione della quantità di Setd5 induce i neuroni del cervello embrionale ad andare incontro a morte cellulare. Le prime informazioni sul meccanismo d’azione di questa proteina indicano che questo effetto possa essere mediato dalla specifica capacità di Setd5 di modificare gli istoni, proteine che interagiscono con il DNA regolandone la trascrizione. Gli esperimenti futuri saranno quindi volti ad approfondire questa analisi e a estenderla a studi comportamentali.
I finanziamenti Telethon hanno anche permesso di potenziare il gruppo di ricerca coordinato dal professor Andreazzoli, consentendo a una ricercatrice italiana, specializzatasi all’estero, di rientrare nel nostro paese portando un prezioso contributo agli studi in corso. Oltre al professor Andreazzoli, fanno parte del gruppo di ricerca le dottoresse Viviana Guadagni, Cecilia Pucci e Chiara Gabellini e il dottor Davide Martini (nella foto da sinistra a destra).
Street Batucada Percussion Band
Il 17 dicembre alle 18 attraverso le strade del centro storico si tiene lo spettacolo di danza contemporanea e musica "Street Batucada Percussion Band", a cura della Moruga Drum.
Lo spettacolo è organizzato dall'Associazione NEWS ed è svolto con i contributi per le attività studentesche autogestite dell'Università di Pisa.
L'evento è gratuito.
Info
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Acrobatic Games
Il 17 dicembre alle 21, presso Piazza del Carmine e alle 22, presso Largo Ciro Menotti si tiene l' evento "Acrobatic Games", in occasione della Notte Blu.
L' evento è gratuito.
L'attività è svolta con i contributi per le attività studentesche autogestite dell'Università di Pisa.
Info
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Contact Improvisation
Il 15 dicembre alle 16.45, presso il cantiere San Bernardo, in via Pietro Gori, si tengono un laboratorio e una performance di "Contact Improvisation" condotti da Massimiliano Barachini.
Il laboratorio è gratuito.
L'attività è svolta con i contributi per le attività studentesche autogestite dell'Università di Pisa.
Info
Marta: 3393776770
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Ecco il 'Latte Sostenibile', frutto di un progetto coordinato dal Centro Enrico Avanzi
Il “Latte Sostenibile” Selezione Mugello, marchio dell’azienda Centrale del Latte della Toscana S.p.A. e frutto di un progetto finanziato dalla regione Toscana e coordinato scientificamente dal Centro di Ricerche Agro-Ambientali “Enrico Avanzi” dell’Università di Pisa, ha ricevuto il premio Italian Resilience Award (IRA) per il 2016. Il riconoscimento, promosso da EcoNewsweb.it, Primaprint e Kyoto Club con il patrocinio del Ministero dell’Ambiente e dell’ANCI, viene assegnato ogni anno ai Comuni e alle aziende che si sono impegnati in attività a favore dello sviluppo sostenibile.
“Al centro del progetto di filiera CASET, il cui capofila è stata la Centrale del Latte della Toscana S.p.A. e che abbiamo coordinato dal punto di vista scientifico – spiega il professore Marcello Mele direttore del Centro “Enrico Avanzi” - c’era la produzione di latte dell’area del Mugello, con particolare riguardo alla sostenibilità del processo produttivo e alle innovazioni di mercato collegate alla responsabilità ambientale, sociale ed etica”.
Insieme alla Centrale del latte di Firenze, Pistoia, Livorno (oggi Centrale del Latte della Toscana S.p.A.), alla Società Agricola Poggiale e all’Università di Firenze, il Centro “Enrico Avanzi” ha sviluppato un sistema per la stima delle emissioni di gas ad effetto serra nelle aziende di bovine lattifere del Mugello. In particolare, la valutazione della sostenibilità aziendale ha tenuto conto degli aspetti agro-ambientali, socioeconomici ed etici con particolare riguardo al benessere animale. Il progetto, terminato nel 2014, ha generato un protocollo di filiera e una dichiarazione ambientale di prodotto per comunicare ai consumatori le caratteristiche del latte e sottolineare l’impegno delle aziende della filiera al rispetto dell’ambiente e della qualità dei prodotti. A progetto concluso il Centro “Enrico Avanzi” continua a collaborare con la centrale del latte nel monitoraggio della filiera.