Verba manent: la vita di Ennio De Giorgi raccontata a teatro
Si intitola “Verba manent. Canto per Ennio De Giorgi” lo spettacolo che l’associazione culturale URA teatro mette in scena al Teatro Verdi di Pisa lunedì 4 settembre dalle ore 21, in occasione del XXII Congresso dell’Unione Matematica Italiana (dal 4 al 9 settembre presso la Scuola Normale Superiore e l’Università di Pisa).
Ennio De Giorgi, tra i più grandi matematici che l’Italia abbia avuto, ma anche uomo di grandi passioni culturali e umanitarie, viene raccontato sul palco da Fabrizio Pugliese e Fabrizio Saccomano, ideatori di un progetto che debutta proprio a Pisa e che è ispirato dal libro Uno spirito puro. Ennio De Giorgi, genio della matematica, del giornalista e scrittore Andrea Parlangeli. Nato a Lecce nel 1928, per molti anni professore alla Normale di Pisa, Ennio De Giorgi aveva la capacità di sciogliere la complessità di certe teorie con eleganza e semplicità, doti che tutto il mondo accademico gli riconosce tutt’oggi. È stato un matematico di fama internazionale: fu lui a risolvere per primo uno dei problemi fondamentali della matematica, il diciannovesimo di Hilbert, precedendo di poche settimane la soluzione che ne diede il grande matematico John Nash. La genialità di De Giorgi andava di pari passo con la sua umanità, la sua sincerità e l’assoluta apertura verso il mondo. Come ebbe a dire lui stesso a più riprese: “La scienza senza la sapienza è nulla”.
Verba manent è in coproduzione con il Dipartimento Matematica dell’Università di Pisa, la Scuola Normale Superiore, l’UMI (Unione Matematica Italiana). Lo spettacolo sarà seguito da una conversazione con la giornalista e scrittrice Lorenza Foschini (autrice tra l’altro di “Attrito della vita. Indagine su Renato Caccioppoli matematico napoletano”, 2022) e Andrea Parlangeli sulla “difficoltà di scrivere la biografia di un matematico”.
L’ingresso è gratuito su prenotazione dal sito della Scuola Normale: www.sns.it.
ICT: lanciato il bando “Seeds for the Future 2023” di Huawei
Fornire ai giovani del settore ICT l’opportunità di consolidare e arricchire la propria formazione tecnica e di acquisire quelle abilità personali che si possono maturare soltanto attraverso la formazione sul campo. È questo l'obiettivo del programma annuale di formazione “Seeds for the Future” di Huawei che si svolgerà online dal 9 al 16 ottobre e focalizzato sugli aspetti formativi relativi alle tecnologie digitali più innovative e sulla loro concreta applicazione nel mondo industriale attraverso il project work di gruppo Tech4Good.
Cinquanta i posti disponibili per gli studenti italiani, che hanno tempo fino al 15 settembre prossimo per inviare la propria candidatura collegandosi al sito dedicato e compilando il modulo.
Per poter partecipare al bando, oltre alla cittadinanza italiana, è richiesta l’appartenenza ad un corso di laurea in Ingegneria (tra i principali quelli a indirizzo Telecomunicazioni, Elettronica, Informatica, ma anche Gestionale o Energetica) o ad altri corsi di laurea in ambito ICT o comunque direttamente o indirettamente legati al mondo della tecnologia e dell’innovazione; l’iscrizione al 2° o 3° anno di laurea triennale o laurea specialistica; una media degli esami universitari non inferiore al 26 e un’ottima conoscenza certificata della lingua inglese (livello minimo B2).
Le conoscenze acquisite durante il programma di formazione verranno valutate attraverso test che faranno seguito a ogni singolo modulo. Gli studenti avranno anche occasione di conoscere meglio Huawei e il contesto in cui nasce e si sviluppa attraverso tour virtuali dei centri di eccellenza dell’azienda in Cina oltre che di alcuni dei principali luoghi della Cina antica e moderna.
Dal 2021 il programma di Seeds for the Future, infine, si è arricchito del progetto “Tech4Good”, ideato affinché gli studenti possano meglio comprendere il ruolo svolto dalla tecnologia nella risoluzione di problematiche globali complesse (sociali, ambientali o di altra natura), sviluppare capacità di problem solving e leadership attraverso il lavoro di squadra, approfondire il proprio senso di missione e responsabilità sociale.
Seeds for the Future è il principale programma CSR a livello globale di Huawei. Lanciato nel 2008, ha l’obiettivo di sviluppare talenti ICT locali, migliorare la condivisione delle conoscenze tecnologiche e promuovere un maggiore interesse per il settore ICT. Fino ad oggi, Seeds for the Future ha coinvolto 139 Paesi e ha visto la partecipazione di oltre 15.000 studenti. In Europa il programma è stato lanciato nel 2011, mentre in Italia è arrivato nel 2013 grazie alla collaborazione tra Huawei e il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR) a cui, dal 2015, si è affiancato anche il Ministero dello Sviluppo Economico (MISE).
Il programma giunge quest’anno alla sua decima edizione italiana e alla sua quarta edizione nel nuovo format online inaugurato nel 2020 per adattarsi alle nuove circostanze determinate dall’epidemia di Covid19.
Maggiori informazioni su programma Seeds for the Future 2023 e sulle modalità di iscrizione sono disponibili sul sito del Career Service dell’Università di Pisa.
Da un mondo a due a tre dimensioni
Grazie alla collaborazione fra Università di Pisa e Jozef Stefan Institute di Lubiana è nato il primo elastomero liquido cristallino shape memory, cioè a memoria di forma, riprogrammabile nelle tre dimensioni. La ricerca pubblicata sulla rivista Nature Communications apre la strada a molteplici sviluppi futuri legati alla possibilità di associare questo materiale alla stampa 3D per realizzare oggetti di qualsiasi forma in modo del tutto versatile.
Prima di questa ricerca, gli elastomeri liquido cristallini, materiali capaci di modificare la propria forma in modo reversibile se sottoposti a stimoli esterni, come temperatura, campi elettrici o luce, venivano preparati essenzialmente in forma di film: potevano dunque solo accorciarsi o allungarsi, con una deformazione uniassiale. Così, nonostante si potessero raggiungere variazioni anche del 400% della forma iniziale, la geometria tipica dei film limitava le possibili applicazioni, che oggi sono soprattutto legate al campo dell’ottica, della micro e soft robotica e della sensoristica in generale.
Le prove sul materiale in laboratorio
“Il nuovo materiale che abbiamo creato ci ha permesso di ottenere geometrie e forme molto varie, passando di fatto da un mondo a due a tre dimensioni. - spiega Valentina Domenici del Dipartimento di Chimica e Chimica Industriale dell’Università di Pisa - La novità inoltre è che può essere rimodellato e riprogrammato ogni volta per ottenere oggetti con geometrie e forme sempre diverse. In futuro, potrà essere utilizzato con la tecnologia delle stampanti 3D oppure sfruttando le potenzialità della microfluidica, per applicazioni virtualmente infinite”.
Gli autori dello studio: Valentina Domenici, Boštjan Zalar e Andraž Rešetič
La nuova classe di materiali creata e studiata negli anni dal gruppo di ricerca della professoressa Domenici e quello sloveno guidato del professor Boštjan Zalar e dal ricercatore Andraž Rešetič è chiamata ‘PDLCE’ da ‘polymer-dispersed liquid crystalline elastomers’. In particolare, lo studio su ‘Nature Communications’ si è focalizzato su un tipo particolare di materiali PDLCE che presentano due temperature di transizione entrambe al di sopra della temperatura ambiente.
“Il mio ruolo in questo lavoro - conclude Domenici – riguarda soprattutto il design delle componenti chimiche e la scelta delle opportune molecole di base per la preparazione degli elastomeri liquido cristallini, per ottenere un materiale finale con le migliori proprietà termo-meccaniche ed elastiche. Del gruppo che ha contribuito al lavoro sono infatti l’unica chimica, tutti gli altri componenti del gruppo sloveno sono fisici: questa sinergia è alla base di una collaborazione che va avanti da oltre venti anni e che ci ha permesso di raggiungere tanti ottimi risultati”.
Per la prima volta in Italia intervento robotico su una fibrosi retroperitoneale
Per la prima volta in Italia, e la quinta al mondo, una paziente è stata operata di fibrosi retroperitoneale con tecnica chirurgica robotica. Ha eseguito l’intervento il professor Riccardo Bartoletti, direttore dell’unità operativa Urologia 1 dell’Azienda ospedaliero-universitaria pisana, coadiuvato dal professor Alessandro Zucchi, dell’Università di Pisa. La paziente – di circa sessant’anni e proveniente dalla provincia di Lucca – è stata operata e, nell’arco di due mesi, ha pienamente recuperato la funzionalità di entrambi i reni.
La fibrosi retroperitoneale è una malattia rara – si registrano circa 0,5 casi l’anno ogni 100mila persone – caratterizzata dalla formazione di tessuto infiammatorio e fibroso nella parete posteriore dell’addome. Tra i sintomi ha un dolore sordo e costante ai fianchi, al dorso o all’addome e, quando sono coinvolti gli ureteri, il dolore può essere di tipo colico. Si possono infettare le vie urinarie e si può infine ostruire l’uretra, portando alla perdita di funzionalità di uno o entrambi i reni. Oltre il 40% dei pazienti può sviluppare una malattia cronica del rene e oltre l’8% è costretto alla dialisi.
Infatti la paziente – costretta a portare per lungo tempo una fastidiosa derivazione urinaria causata dell’ostruzione determinata dalla malattia – era in cura nell’unità operativa Nefrologia trapianti e dialisi, diretta dal professor Vincenzo Panichi.
Non rispondendo ai trattamenti medici e di fronte a un peggioramento delle condizioni, è stata scelta la strada chirurgica. La collaborazione fra urologi e nefrologi su questa patologia era già iniziata da qualche anno, culminando nella redazione di un articolo pubblicato nel marzo scorso da “Urologia internationalis” (Idiopathic retroperitoneal fibrosis: what is the optimal clinical approach for long-term preservation of renal function?).
Generalmente, in questi casi, si opera “a cielo aperto” o per via laparoscopica, ma si è preferito utilizzare il robot per puntare a una più ridotta degenza postoperatoria e a un rapido recupero funzionale.
Nella foto, sinistra: Alessandro Zucchi, Riccardo Bartoletti, Brunella Andreini, Vincenzo Panichi e Barbara Nerucci.
Verso il “Quantum Internet”: a Silvia Zorzetti l’Early Career Award del Governo americano
Sviluppare una tecnologia che sia in grado di collegare due computer quantistici attraverso fibra ottica e gettare così le basi del “Quantum Internet”. È questo l’obiettivo del pioneristico progetto di ricerca che è valso a Silvia Zorzetti del FermiLab di Chicago, e alumna dell’Università di Pisa, il prestigioso Early Career Award del Governo americano, che le consentirà di ricevere una sovvenzione di 2.5 milioni di dollari in cinque anni dal Dipartimento dell’energia degli Stati Uniti.
“L’obiettivo del progetto finanziato è quello di migliorare i sensori quantistici e le reti di sensori, così da consentire una più efficiente conversione di informazioni e segnali quantistici tra diverse piattaforme fisiche – spiega Silvia Zorzetti - Questo lavoro ci permetterà di ampliare significativamente le nostre capacità di rilevare la materia oscura e i suoi risultati avranno applicazioni ampie in diversi campi scientifici e influenzeranno settori critici come la sicurezza nazionale e la comunicazione quantistica”.
Responsabile del Dipartimento di Co-Design del Quantum Computing del Superconducting Quantum Materials and Systems Center (SQMS Center) del Fermilab di Chicago guidato da Anna Grassellino, Silvia Zorzetti si è laureata in Ingegneria elettronica dall’Università di Pisa. Marie Sklodowska-Curie Fellow al CERN di Ginevra per quattro anni, dove è stata impegnata nell'ambito della ricerca e dello sviluppo di futuri acceleratori di particelle come parte del suo dottorato di ricerca in ingegneria elettronica e tecnologia dell'informazione, ottenuto sempre presso l’Ateneo pisano, è arrivata al FermiLab nel 2017 come Bardeen Fellow.
Silvia Zorzetti (Credits: Ryan Postel)
“Quello al FermiLab – ricorda Zorzetti - è stato per me un ritorno. Qui, infatti, ho svolto il mio progetto di tesi magistrale, grazie ad un programma di scambio dell’Università di Pisa, per poi rientrarvi stabilmente nel 2017, quando il Laboratorio aveva da poco deciso di destinare alcuni fondi allo sviluppo di un primo Quantum Computing Lab”.
Inizia così la sua avventura nell’informatica quantistica, che la vede collaborare alla messa in funzione del laboratorio e poi alle ricerche portate avanti dal centro SQMS, finalizzate a creare dei sistemi quantici che siano quanto più efficienti e meno rumorosi possibili. Per poi andare oltre ed iniziare ad occuparsi della futura comunicazione tra computer quantistici e reti di sensori, ambito in cui si inserisce il progetto per il quale ha ottenuto il DOE Early Career Research Award 2023.
Biografia
Laureata triennale presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, ha proseguito gli studi conseguendo la specializzazione e il dottorato di ricerca presso l’Università di Pisa in Ingegneria Elettronica e dell’Informazione. Durante gli anni del dottorato, ha ottenuto la prestigiosa borsa di studio Marie Sklodowska-Curie dalla Comunità Europea, conducendo un progetto di ricerca presso il CERN di Ginevra, l'organizzazione europea per la ricerca nucleare. Tra il 2011 e il 2012, ha svolto un tirocinio presso il Fermi National Accelerator Laboratory (Fermilab) negli Stati Uniti, un laboratorio nazionale intitolato a Enrico Fermi. Successivamente al conseguimento del dottorato di ricerca, è tornata al Fermilab in qualità di Bardeen Fellow. Attualmente, Silvia Zorzetti ricopre il ruolo di responsabile del dipartimento di co-design presso il centro di ricerca SQMS (Superconducting Quantum Materials and System). Nel corso del 2023, Silvia Zorzetti ha ricevuto l'Early Career Award dal Department of Energy degli Stati Uniti. Silvia Zorzetti, inoltre, coordina il settore di Ecosystem e Workforce Development presso SQMS, dove promuove collaborazioni tra il settore pubblico e privato e offre opportunità formative alle nuove generazioni di studenti e ricercatori nell’ambito del quantum computing.
Guida ai servizi e alle opportunità per la comunità studentesca
È stata pubblicata la nuova guida ai servizi e alle opportunità per la comunità studentesca realizzata con la collaborazione del CIDIC e della Direzione Servizi per la didattica e per gli studenti.
Laureata in Fisica a Unipi riceve il premio Giuseppe Franco Bassani della SIF per giovani ricercatori
Laura Zani (foto), laureata in Fisica nel 2016 all’Università di Pisa dove ha anche conseguito il dottorato di ricerca nel 2020, è la vincitrice del premio Giuseppe Franco Bassani della Società Italiana di Fisica (SIF) per i giovani ricercatori.
Il riconoscimento le verrà consegnato l’11 settembre in occasione del 109° congresso nazionale della SIF che si svolge a Fisciano presso il Dipartimento di Fisica dell'Università di Salerno.
Laura Zani si è formata presso il Dipartimento di Fisica E. Fermi dell’Università di Pisa e la sezione dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) di Pisa, lavorando ad esperimenti su acceleratori asimmetrici di elettroni e positroni, le cosiddette B-factories. Il suo primo incontro con la fisica delle B-factories risale al 2015, durante i due mesi trascorsi presso lo Stanford Linear Accelerator Center (Slac), a Menlo Park (California), lavorando all’analisi dei dati dell’esperimento BaBar nell’ambito di un programma di scambio fra SLAC e INFN.
Dopo BaBar, Laura Zani si è quindi concentrata sull’esperimento Belle II relativo al collisore elettrone-positrone SuperKEKB a Tsukuba in Giappone. In questo ambito si è occupata della ricerca di un possibile nuovo bosone oscuro Z’ che decade in stati finali invisibili in eventi con una coppia di muoni ed energia mancante. I risultati del suo lavoro hanno prodotto il primo articolo di fisica di Belle II.
Dopo il 2020 ha vinto un postdoc presso il Centre de Physique des Particules de Marseille (CPPM), nell’ambito del progetto ERC Nepal di Justine Serrano, proseguendo la sua ricerca in Belle II sulla violazione di sapore leptonico nei decadimenti del tau. Dal 2022 è ricercatrice a tempo indeterminato presso la sezione INFN di Roma Tre.
Gli orrori dei conflitti: traumi e disturbi psichici dei soldati italiani dopo la Grande Guerra
Uomini che gettano l’uniforme e cominciano a correre nudi, altri che iniziano a parlare come bambini, che piangono e si lamentano, altri ancora che sono percorsi da tremiti in un totale mutismo, o che delirano con la paura del diavolo e di essere posseduti da demoni. Le ferite della guerra, di tutte le guerre, sono anche queste. Un nuovo studio della professoressa Vinzia Fiorino, storica dell’Università di Pisa, pubblicato sulla rivista Modern Italy della Cambridge University Press ritorna sul tema dei traumi e dei disturbi psichici dei soldati italiani (ma il fenomeno è comune a tutti i Paesi coinvolti) dopo la Prima Guerra Mondiale. Si parte dai numeri, che sono enormi: solo in Italia i militari che accusano disturbi mentali sono circa 40mila, secondo alcune stime anche di più. Una emergenza che porta nel gennaio del 1918, dopo la sconfitta di Caporetto del 1917, all’istituzione di un Centro di Prima Raccolta a Reggio Emilia per cercare di gestire (e limitare) il flusso di soldati che arrivano dal fronte per essere poi smistati nei vari ospedali psichiatrici di tutto il Paese.
“Inizialmente la guerra non è considerata dai medici come la causa dei vari disturbi ma piuttosto si pensa a fattori congeniti come predisposizione ed ereditarietà, se non a vera e propria finzione – spiega Vinzia Fiorino – per questo la vita negli ospedali psichiatrici e nei centri di raccolta è resa durissima, peggio che al fronte, e ad esempio i malati vengono sottoposti ad scariche elettriche o applicazione di elettricità anche nelle parti intime, un orrore che si aggiunge all’orrore”.
A partire dalla vasta storiografia esistente, il saggio di Fiorino parte dallo studio delle cartelle cliniche dei ricoverati in vari ospedali psichiatrici fra cui Roma Volterra e Trieste e mette in evidenza alcuni disturbi e comportamenti sinora poco studiati fra cui appunto la regressione all’infanzia, lo spogliarsi e correre (a volte dopo aver defecato sulla divisa dismessa), accanto a particolari declinazioni della sindrome isterica considerata sino ad allora un problema prevalentemente femminile. Fiorino interpreta questi comportamenti alla luce di grandi mutamenti culturali in atto: la retorica dell’eroe di guerra da un lato e la massificazione dell’uomo soldato inserito in grandi corpi collettivi quali sono i primi eserciti di leva dall’altro.
“La disciplina cui erano sottoposti i soldati aveva in qualche modo già ‘bambinizzato’ gli uomini togliendo loro autonomia e possibilità di decidere, da questo punto la regressione all’infanzia riproduce il modello gerarchico di totale obbedienza della vita militare – spiega Vinzia Fiorino – la spersonalizzazione dell’uomo soldato che nulla ha a che fare con l’idea dell’eroe solitario mette in crisi anche il modello di mascolinità e tuttavia da questo enorme crogiolo emerge un desiderio di crearsi una nuova identità, anche in spregio a quella vecchia, da qui lo spogliarsi e il fuggire nudi”.
I traumi e i disturbi psichici diventano in questo modo una spia per analizzare la transizione dalla figura del soldato-eroe a quella del soldato massa in un circuito in cui entrano anche in causa gli stereotipi femminili per descrivere una mascolinità in crisi e l’emergere della massa come nuovo soggetto politico.
Laureata in Fisica a Unipi vince il premio Giuseppe Franco Bassani della SIF per giovani ricercatori
Laura Zani (foto), laureata in Fisica nel 2016 all’Università di Pisa dove ha anche conseguito il dottorato di ricerca nel 2020, è la vincitrice del premio Giuseppe Franco Bassani della Società Italiana di Fisica (SIF) per i giovani ricercatori.
Il riconoscimento le verrà consegnato l’11 settembre in occasione del 109° congresso nazionale della SIF che si svolge a Fisciano presso il Dipartimento di Fisica dell'Università di Salerno.
Laura Zani si è formata presso il Dipartimento di Fisica E. Fermi dell’Università di Pisa e la sezione dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) di Pisa, lavorando ad esperimenti su acceleratori asimmetrici di elettroni e positroni, le cosiddette B-factories. Il suo primo incontro con la fisica delle B-factories risale al 2015, durante i due mesi trascorsi presso lo Stanford Linear Accelerator Center (Slac), a Menlo Park (California), lavorando all’analisi dei dati dell’esperimento BaBar nell’ambito di un programma di scambio fra SLAC e INFN.
Dopo BaBar, Laura Zani si è quindi concentrata sull’esperimento Belle II relativo al collisore elettrone-positrone SuperKEKB a Tsukuba in Giappone. In questo ambito si è occupata della ricerca di un possibile nuovo bosone oscuro Z’ che decade in stati finali invisibili in eventi con una coppia di muoni ed energia mancante. I risultati del suo lavoro hanno prodotto il primo articolo di fisica di Belle II.
Dopo il 2020 ha vinto un postdoc presso il Centre de Physique des Particules de Marseille (CPPM), nell’ambito del progetto ERC Nepal di Justine Serrano, proseguendo la sua ricerca in Belle II sulla violazione di sapore leptonico nei decadimenti del tau. Dal 2022 è ricercatrice a tempo indeterminato presso la sezione INFN di Roma Tre.
Gli orrori dei conflitti: traumi e disturbi psichici dei soldati italiani dopo la Grande Guerra
Uomini che gettano l’uniforme e cominciano a correre nudi, altri che iniziano a parlare come bambini, che piangono e si lamentano, altri ancora che sono percorsi da tremiti in un totale mutismo, o che delirano con la paura del diavolo e di essere posseduti da demoni. Le ferite della guerra, di tutte le guerre, sono anche queste. Un nuovo studio della professoressa Vinzia Fiorino, storica dell’Università di Pisa, pubblicato sulla rivista Modern Italy della Cambridge University Press ritorna sul tema dei traumi e dei disturbi psichici dei soldati italiani (ma il fenomeno è comune a tutti i Paesi coinvolti) dopo la Prima Guerra Mondiale. Si parte dai numeri, che sono enormi: solo in Italia i militari che accusano disturbi mentali sono circa 40mila, secondo alcune stime anche di più. Una emergenza che porta nel gennaio del 1918, dopo la sconfitta di Caporetto del 1917, all’istituzione di un Centro di Prima Raccolta a Reggio Emilia per cercare di gestire (e limitare) il flusso di soldati che arrivano dal fronte per essere poi smistati nei vari ospedali psichiatrici di tutto il Paese.
“Inizialmente la guerra non è considerata dai medici come la causa dei vari disturbi ma piuttosto si pensa a fattori congeniti come predisposizione ed ereditarietà, se non a vera e propria finzione – spiega Vinzia Fiorino – per questo la vita negli ospedali psichiatrici e nei centri di raccolta è resa durissima, peggio che al fronte, e ad esempio i malati vengono sottoposti ad scariche elettriche o applicazione di elettricità anche nelle parti intime, un orrore che si aggiunge all’orrore”.
A partire dalla vasta storiografia esistente, il saggio di Fiorino parte dallo studio delle cartelle cliniche dei ricoverati in vari ospedali psichiatrici fra cui Roma Volterra e Trieste e mette in evidenza alcuni disturbi e comportamenti sinora poco studiati fra cui appunto la regressione all’infanzia, lo spogliarsi e correre (a volte dopo aver defecato sulla divisa dismessa), accanto a particolari declinazioni della sindrome isterica considerata sino ad allora un problema prevalentemente femminile. Fiorino interpreta questi comportamenti alla luce di grandi mutamenti culturali in atto: la retorica dell’eroe di guerra da un lato e la massificazione dell’uomo soldato inserito in grandi corpi collettivi quali sono i primi eserciti di leva dall’altro.
Alpini durante la Grande Guerra (fonte Wikipedia)
“La disciplina cui erano sottoposti i soldati aveva in qualche modo già ‘bambinizzato’ gli uomini togliendo loro autonomia e possibilità di decidere, da questo punto la regressione all’infanzia riproduce il modello gerarchico di totale obbedienza della vita militare – spiega Vinzia Fiorino – la spersonalizzazione dell’uomo soldato che nulla ha a che fare con l’idea dell’eroe solitario mette in crisi anche il modello di mascolinità e tuttavia da questo enorme crogiolo emerge un desiderio di crearsi una nuova identità, anche in spregio a quella vecchia, da qui lo spogliarsi e il fuggire nudi”.
I traumi e i disturbi psichici diventano in questo modo una spia per analizzare la transizione dalla figura del soldato-eroe a quella del soldato massa in un circuito in cui entrano anche in causa gli stereotipi femminili per descrivere una mascolinità in crisi e l’emergere della massa come nuovo soggetto politico.