Trasferta a Palermo per il master APC dell’Università di Pisa
Un fine settimana di lezioni del tutto particolare quello che si preparano a vivere gli allievi della VI edizione del master in Analisi, prevenzione e contrasto (APC) della criminalità organizzata e della corruzione. Per la prima volta, infatti, non saranno le aule dell’Università di Pisa il palcoscenico, ma la Sicilia: un programma fitto e denso, che si articolerà da venerdì 20 maggio fino a lunedì 23 maggio, con incontri, approfondimenti, testimonianze e visite a luoghi simbolo di Palermo e dintorni. Un appuntamento sentito, che vedrà presenti l’intera classe e l’equipe di gestione del Master, guidati naturalmente dal direttore Alberto Vannucci.
Si inizia venerdì 20 maggio alle 9.30 presso l’Auditorium RAI di Palermo: dopo i saluti di Fabrizio Micari, rettore dell’Università di Palermo, Maricetta Di Natale, direttrice dipartimento Cultura e Società, e di Guido Nicolò Longo, questore di Palermo, gli allievi del master assisteranno alla proiezione del documentario “Nella terra degli infedeli” di Salvatore Cusimano. A introdurre l’incontro ci saranno il presidente di Libera, Don Luigi Ciotti, Alessandra Dino, docente dell’Università di Palermo e del Master APC, e il direttore del Master APC, Alberto Vannucci. Interverranno Salvatore Cusimano, direttore RAI Sicilia, Leonardo Guarnotta, già presidente del Tribunale di Palermo, Vincenzo Gervasi, avvocato, e Gioacchino Natoli, presidente della Corte di Appello di Palermo. Una mattinata che si concluderà con la visione del filmato “Giovanni Falcone”, a cura di Arci Sicilia.
Nel pomeriggio, invece, gli allievi faranno visita agli uffici della Squadra mobile di Palermo per parlare con il Questore dell’evoluzione degli strumenti di indagine per il contrasto alla mafia, per poi incontrare insieme a Luigi Lombardo, segretario generale SIAP di Palermo, gli agenti dell’Ufficio scorte della Polizia di Stato.
Il giorno seguente, sabato 21 maggio, l’appuntamento è presso la Sala Conferenze dell’Associazione Siciliana della Stampa, per l’incontro dal titolo “Come si racconta la mafia che cambia: etica e deontologia del giornalista di cronaca“. Tra gli ospiti spiccano Riccardo Arena, presidente Ordine giornalisti di Sicilia, Maurizio de Lucia, Magistrato della Direzione Nazionale Antimafia, Salvatore Caradonna, Addiopizzo, Roberto Ginex, segretario provinciale Assostampa di Palermo, il professor Alberto Vannucci e, ad aprire la giornata, Salvo Palazzolo, giornalista di Repubblica e docente del Master APC.
Nel pomeriggio di sabato, invece, ci trasferiremo a Brancaccio, presso l’Auditorium comunale Di Matteo, di Via San Ciro 15, per un incontro dal titolo “Dall’inchiesta sul giudice Borsellino al caso Padre Pino Puglisi. Fra sottovalutazioni ed errori, il giornalismo in tema di mafia“. In collaborazione con il Centro di accoglienza Padre Nostro Onlus, interverranno Francesco Puglisi, fratello di Don Pino Puglisi, Angelo Mangano, inviato di Mediaset, Angela Randazzo, dirigente scolastico Educandato Maria Adelaide di Palermo, Maurizio Artale, presidente del Centro di accoglienza Padre Nostro Onlus, e il direttore del Master, Alberto Vannucci. A coordinare i lavori sarà Salvo Palazzolo.
Domenica 22 maggio gli studenti si trasferiranno ad Agrigento per incontrare Rosario Di Legami, avvocato e amministratore giudiziario che da anni è docente del Master APC. In quell’occasione, oltre a godere delle bellezze storico-artistiche di quella terra, gli allievi avranno la possibilità di visitare un plesso turistico posto sotto amministrazione giudiziaria, potendo vedere in prima persona quanto già appreso durante le lezioni frontali pisane.
La trasferta siciliana non poteva che concludersi lunedì 23 maggio, anniversario della strage di Capaci. Quel giorno, di concerto con la Fondazione Giovanni e Francesca Falcone, gli allievi del Master APC parteciperanno alle cerimonie di commemorazione della strage: una delegazione sarà presente all’Aula Bunker del carcere dell’Ucciardone di Palermo, dove interverranno, tra gli altri, il Presidente del Senato, Pietro Grasso, altri studenti, invece, prenderanno parte agli altri numerosi incontri sparsi per la città.
Il libreria la storia della scoperta dell’Homo naledi
Il 13 settembre 2013 due speleologi sudafricani scesi nel vasto sistema di gallerie di Rising Star, nei dintorni di Johannesburg, individuarono casualmente una «camera segreta», colma di ossa fossili, risultate poi essere circa 1550. È così, in modo del tutto fortuito, che avviene la scoperta di Homo naledi («naledi» significa «stella» in lingua locale sotho), una nuova specie ominine dalle caratteristiche uniche. Dall’eccezionale ritrovamento prende il via un’entusiasmante avventura scientifica e umana, che apre scenari inediti sulla nostra storia più antica e ci spinge a guardare con occhi diversi anche il presente. A raccontarla - nel volume da pochi giorni in libreria “Il mistero di Homo naledi. Chi era e come viveva il nostro lontano cugino africano: storia di una scoperta rivoluzionaria” (Mondadori) - è uno dei suoi protagonisti, Damiano Marchi, paleoantropologo del dipartimento di Biologia dell’Università di Pisa, l’unico studioso italiano chiamato a partecipare al workshop scientifico internazionale su Homo naledi.
Venerdì 20 maggio, alle ore 18.15, Damiano Marchi sarà ospite della trasmissione di Rai Tre Geo&Geo per presentare il suo volume.
Esperto nello studio degli arti inferiori e dell’evoluzione della locomozione, Marchi, insieme ad altri quaranta paleoantropologi provenienti da tutto il mondo, ha analizzato i fossili rinvenuti a Rising Star, tracciando ipotesi sulle abitudini e il comportamento di questo nostro remoto cugino. Alto circa un metro e mezzo, dotato di mani adatte ad arrampicarsi sugli alberi e, insieme, di gambe perfettamente in grado di camminare in posizione eretta, con un cervello piccolo come un’arancia, Homo naledi unisce caratteristiche arcaiche e moderne.
Nella Camera di Dinaledi, dove Homo naledi è stato trovato, giacevano i corpi di almeno quindici individui di varie età. Come e perché erano giunti in un luogo così remoto? Possibile che la presenza di tanti resti testimoni la più antica forma di deposizione intenzionale dei morti mai scoperta? E quando è realmente vissuto Homo naledi: 2 milioni o 500.000 anni fa, visto che entrambe le ipotesi sono tuttora aperte? In questo libro, Marchi ricostruisce il complesso lavoro del paleoantropologo che, con la pazienza di un detective scrupoloso, esamina ogni minimo frammento fossile per trovare nuove risposte alle domande che gli scienziati si pongono sull’origine del genere umano. In qualsiasi epoca sia vissuto, l’«uomo stella» ci costringe infatti a rivedere consolidate teorie sull’evoluzione e a riconsiderare anche noi stessi non più come rappresentanti privilegiati di un «mondo a parte», ma come il frutto di un processo che, attraverso gli stessi meccanismi, ha portato sia all’Homo sapiens sia a tutti gli esseri viventi con cui condividiamo il pianeta.
Damiano Marchi, paleoantropologo del Dipartimento di Biologia dell’università di Pisa, per sei anni visiting assistant professor alla Duke University di Durham (Stati Uniti) e per un anno ricercatore all’Università del Witwatersrand di Johannesburg, è il solo italiano chiamato a far parte del team guidato dal paleontologo Lee Berger a cui si deve lo straordinario ritrovamento di Homo naledi.
«Il mistero di Homo naledi. Chi era e come viveva il nostro lontano cugino africano»
Il 13 settembre 2013 due speleologi sudafricani scesi nel vasto sistema di gallerie di Rising Star, nei dintorni di Johannesburg, individuarono casualmente una «camera segreta», colma di ossa fossili, risultate poi essere circa 1550. È così, in modo del tutto fortuito, che avviene la scoperta di Homo naledi («naledi» significa «stella» in lingua locale sotho), una nuova specie ominine dalle caratteristiche uniche.
Dall’eccezionale ritrovamento prende il via un’entusiasmante avventura scientifica e umana, che apre scenari inediti sulla nostra storia più antica e ci spinge a guardare con occhi diversi anche il presente. A raccontarla - nel volume da pochi giorni in libreria “Il mistero di Homo naledi. Chi era e come viveva il nostro lontano cugino africano: storia di una scoperta rivoluzionaria” (Mondadori) - è uno dei suoi protagonisti, Damiano Marchi, paleoantropologo del dipartimento di Biologia dell’Università di Pisa, l’unico studioso italiano chiamato a partecipare al workshop scientifico internazionale su Homo naledi.
Venerdì 20 maggio, alle ore 18.15, Damiano Marchi sarà ospite della trasmissione di Rai Tre Geo&Geo per presentare il suo volume.
Nel suo libro, Marchi ricostruisce il complesso lavoro del paleoantropologo che, con la pazienza di un detective scrupoloso, esamina ogni minimo frammento fossile per trovare nuove risposte alle domande che gli scienziati si pongono sull’origine del genere umano. In qualsiasi epoca sia vissuto, l’«uomo stella» ci costringe infatti a rivedere consolidate teorie sull’evoluzione e a riconsiderare anche noi stessi non più come rappresentanti privilegiati di un «mondo a parte», ma come il frutto di un processo che, attraverso gli stessi meccanismi, ha portato sia all’Homo sapiens sia a tutti gli esseri viventi con cui condividiamo il pianeta.
Qui di seguito pubblichiamo le prime pagine del volume, che introducono il lettore nell'avventura di una scoperta scientifica rivoluzionaria.
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Avere l'opportunità di studiare ossa fossili mai viste prima, contribuendo a una scoperta che potrà rivoluzionare la storia dell'uomo, è il sogno di ogni paleoantropologo. Di solito, è destinato a restare tale. Io, invece, quel sogno ho avuto la fortuna di realizzarlo, per un mese, in un laboratorio blindato come una cassaforte, fianco a fianco con una cinquantina di colleghi elettrizzati quanto me, ho ricostruito, classificato e analizzato i resti fossili di una specie lontana cugina dell'uomo moderno. Una specie finora sconosciuta, l'Homo naledi, la cui scoperta dischiude inediti scenari sulle nostre origini, ma riserva anche affascinanti misteri irrisolti, costituendo una sfida tuttora aperta per noi scienziati.
Ogni grande avventura è conseguenza di una serie di avvenimenti che l'hanno resa possibile. Eppure, c'è sempre un singolo evento che determina il punto di svolta decisivo. Se, dunque, mi guardo indietro per ripercorrere a ritroso l'impresa cui ho contribuito, non posso fare a meno di visualizzare la schermata del mio portatile dove campeggia l'avviso di un nuovo messaggio di posta elettronica in arrivo. Sono le 11.15 di mattina del 24 febbraio 2014 e mi trovo nel mio ufficio di ricercatore nella sede del dipartimento di Biologia dell'Università di Pisa, dove lavoro da circa un anno e mezzo. La email proviene da Johannesburg, una città che conosco bene perché ci ho vissuto tra il 2011 e il 2012, quando ho avuto un contratto sempre come ricercatore presso la locale Università del Witwatersrand, familiarmente chiamata Wits da studenti e professori, dove si trova uno dei più prestigiosi istituti di antropologia evolutiva del mondo, l'Evolutionary Studies Institute. Il testo della email è breve ma esauriente: la mia candidatura al workshop per lo studio dei fossili rinvenuti nelle caverne di Rising Star è stata accettata! Mi chiedono, dunque, se intendo confermare la mia partecipazione.
Il tempo di assimilare la notizia e di condividerla con i colleghi, e all'una confermo. Quindi, chiudo il portatile e me ne torno a casa. Riprendere quello che stavo facendo prima, ovvero preparare la mia prossima lezione del corso sull'evoluzione dei primati, mi risulta impossibile: quel giorno non sarei più riuscito a pensare ad altro.
Il sogno di ogni paleoantropologo nel mio caso si sarebbe dunque presto realizzato, e in più avendo la straordinaria opportunità di studiare una quantità considerevole (si parlava di centinai adi reperti, eccezionalmente ben conservati) di fossili appartenenti a una specie che, stando agli esami preliminari, pareva essere del tutto nuova e la cui scoperta, avvenuta solo pochi mesi prima, stava già tenendo con il fiato sospeso l'intera comunità scientifica mondiale. Ed è così che attraverso un breve messaggio online, una tipica comunicazione del mondo temporaneo, ho compiuto il primo passo verso la conoscenza di Homo naledi, affascinante ed enigmatica creatura emersa delle viscere della terra per fare nuova luce sul nostro più remoto passato. Del resto, naledi (che deriva dal nome del sito Rising Star) significa “stella” nella lingua locale sotho. Una stella nascente i cui misteri ancora insoluti portano a interrogarci sulle origini dell'uomo e a mettere in discussione convinzioni che fino a ieri sembravano assodate.
Damiano Marchi
Ne hanno parlato:
Corriere della Sera "La Lettura"
il Giornale
Geo&Geo
QN
National Geographic
Tirreno
Il Centro
Archeologia Viva
ArcheologiaViva.it
Radio 3 Scienza
Selezione per un contratto di cat. B presso il Sistema Museale - Orto Botanico
L’Italia a bordo del “treno del futuro” con la start up fondata dagli studenti di Unipi e Sant'Anna
L’Italia sale a bordo di Hyperloop, per realizzare il “treno del futuro” che con le sue “navicelle” al posto delle carrozze raggiungerà i mille chilometri all’ora e coprirà in meno di 30 minuti una distanza come quella tra Milano e Roma. Il sogno di contribuire al progetto lanciato da Elon Musk, fondatore e amministratore delegato di aziende innovative come SpaceX e Tesla passa per una start-up, un’azienda innovativa italiana con sede a Pisa, la Ales Tech, l’unica azienda tricolore selezionata per cimentarsi nell’impresa e fornire, in questa fase propedeutica, le sospensioni in grado di garantire il comfort dei passeggeri e di ridurre le forti vibrazioni provocate dall’elevata velocità.
La start-up Ales Tech nasce da Hyperloop Team Pisa, il gruppo di studenti in ingegneria dell’Università di Pisa e della Scuola Superiore Sant’Anna che nei mesi scorsi sono stati selezionati (unici in Italia e fra i pochi in Europa) per partecipare alla “SpaceX Hyperloop Pod Competition”, gara universitaria a livello globale indetta da Elon Musk, per presentare il “concept” della “navicella”, l’elemento paragonabile all’attuale carrozza ferroviaria, con design e tecnologia più avanzate, fondamentale nella composizione di Hyperloop.
Il sistema su cui si muoverà sarà costituito da tubi di acciaio sui quali le “navicelle”, chiamate “Pod”, si muoveranno sino a sfiorare la velocità del suono, in maniera ecologica, sicura, confortevole. Sembra di leggere il soggetto di un film di fantascienza, si tratta invece della rappresentazione di uno sforzo ingegneristico mondiale, di cui l’Italia fa parte e che presto potrebbe trasformarsi in realtà, soprattutto all’indomani dei test condotti nel deserto del Nevada (Usa) e che hanno dato esiti positivi.
L’approccio italiano per contribuire alla realizzazione di quello che Elon Musk ha presentato come il quinto mezzo di trasporto - dopo l’auto, l’aereo, il treno, la nave – è stato caratterizzato da una forte componente innovativa. Anziché concentrarsi sulla progettazione dell’intero veicolo, gli ingegneri hanno rivolto l’attenzione sulle sospensioni della “navicella” e sulle vibrazioni, conseguente criticità che esse presentano, legata alle grandi velocità in gioco. Per superare il problema che avrebbe potuto vanificare gli sforzi per realizzare in tempi brevi il prototipo di Hyperloop, è nata l’idea di realizzare un innovativo sistema, oggi brevettato, di sospensioni smart, capaci di leggere anche la minima imperfezione del tracciato, di massimizzare il comfort per i passeggeri e di garantire la stabilità delle “navicelle”, anche quando raggiungono altissime velocità.
Il progetto teorico di queste sospensioni è stato presentato in Texas, in occasione della competizione universitaria a cui il team italiano è stato invitato a partecipare. Per il grande apprezzamento i due team leader, Luca Cesaretti (nella foto in basso a sinistra) e Lorenzo Andrea Parrotta, entrambi allievi dell’Università di Pisa e della Scuola Superiore Sant’Anna, hanno trasformato nella tesi il lavoro svolto sul campo, per prepararsi alla gara. La partecipazione italiana alla nascita di Hyperloop poteva terminare con la discussione e invece è successo il contrario: il gruppo si è trasformato in una start-up, la cui nascita è stata sancita in queste ore davanti a un notaio di Pisa ed è stato scelto da diversi team di grandi università americane finalisti alla “SpaceX Hyperloop Pod Competition” il cui vincitore fornirà il concept di Hyperloop.
Al gruppo di ingegneri – del team originale è rimasto anche Tommaso Sartor - si sono ora aggiunti allievi di altre discipline come l’economia e la giurisprudenza tra i quali Andrea Paraboschi e Antonio Davola, nei rispettivi ruoli di responsabile strategia e innovazione e responsabile legale. Ales Tech è pronta al debutto sul mercato, forte dei consensi di alcuni investitori. “Imprenditori con un’importante storia industriale alle spalle – commenta Andrea Paraboschi - stanno credendo come noi alle possibilità di coronare il sogno di fornire le sospensioni ad Hyperloop e di proseguire la crescita. Gli investitori apprezzano la volontà di innovare nel mondo dell’ingegneria meccanica e il fatto che la nostra soluzione sia trasferibile e applicabile con facilità in contesti e mercati, anche tradizionali”.
Ales Tech sta già contattando i fornitori per acquistare le parti meccaniche con le quali realizzare le sospensioni. L’obiettivo è individuare tutti i componenti tra quelli prodotti in Italia. “Nel nostro paese – spiega l’ingegnere Luca Cesaretti - sono tantissime le piccole e medie imprese di eccellenza che operano nel campo della meccanica e che possono offrirci i componenti che fanno al caso nostro”.
Il dialogo con gli studenti universitari resta aperto. “Siamo felici di constatare come numerosi studenti di tutta Italia ci contattino per collaborare con noi. Hyperloop è una grande sfida che stimola ricerca e innovazione in numerosi settori e fa piacere vedere che a volerla cogliere siano tantissimi giovani, proprio come noi”, sottolinea Lorenzo Andrea Parrotta. “Stiamo predisponendo un grande programma - aggiunge Antonio Davola – che abbiamo ribattezzato ‘Hyperloop Team Italia’, e che vogliamo lanciare con le più grandi università italiane per stimolare la ricerca su Hyperloop".
Innovativo test antidroga del capello brevettato all’Università di Pisa
“Metodo e dispositivo per analisi di droghe d'abuso su materiale cheratinico”: è questo il nome ufficiale dell’innovativo test antidroga del capello appena brevettato all’Università di Pisa. L’invenzione è frutto del lavoro di una equipe costituita dal professore Mario Giusiani, professore di Tossicologia Forense dell’Ateneo pisano, dal Dott. Fabio Stefanelli, assegnista di ricerca del Dipartimento di Patologia chirurgica, Medica, Molecolare e dell'Area Critica e dal Dott. Silvio Chericoni Dirigente presso la Sezione Dipartimentale di Tossicologia Forense dell’Azienda Ospedaliero Universitaria Pisana.
Il kit ideato dai ricercatori dell’Università di Pisa ha il vantaggio rispetto alle tecniche esistenti di essere più semplice, economico e utilizzabile sul posto anche da personale non professionale proprio per la facilità di esecuzione e di lettura dei risultati.
“Il nostro metodo – ha spiegato Mario Giusiani - è l’unico che ad oggi permette di individuare le droghe d’abuso su matrice cheratinica, cioè su capelli e altro materiale pilifero, senza dover ricorrere ad attrezzature altamente specialistiche pur garantendo allo stesso tempo un’assoluta attendibilità dei risultati”.
Dato l’interesse suscitato, l’Università di Pisa e gli inventori stessi sono al momento in trattativa con un’importante azienda del settore per la commercializzazione del brevetto pur rimanendo aperta la trattativa ad altre aziende interessate.
“Considerato che l’uso delle sostanze stupefacenti è purtroppo un fenomeno in continua espansione ed evoluzione - ha concluso Mario Giusiani - la possibilità di avere a disposizione nuovi test in grado di determinare un considerevole numero di droghe con costi contenuti può essere molto utile per arginare in parte il problema, potendo intensificare i controlli anche da parte di strutture pubbliche su soggetti che, per mere questioni economiche, non verrebbero altrimenti sottoposti a tali indagini.
Inoltre, vista la facilità d’uso del dispositivo e la totale atossicità del materiale impiegato, il soggetto stesso potrebbe ritenere idoneo effettuare anche a livello domestico un test di screening per appurare la propria negatività relativamente all’uso di sostanze stupefacenti per quei casi in cui dovrà successivamente sottoporsi ad accertamenti ufficiali.
Innovativo test antidroga del capello brevettato all'Università di Pisa
“Metodo e dispositivo per analisi di droghe d'abuso su materiale cheratinico”: è questo il nome ufficiale dell’innovativo test antidroga del capello appena brevettato all’Università di Pisa. L’invenzione è frutto del lavoro di una équipe costituita dal professore Mario Giusiani, professore di Tossicologia Forense dell’Ateneo pisano, dal dottore Fabio Stefanelli, assegnista di ricerca del Dipartimento di Patologia chirurgica, Medica, Molecolare e dell'Area Critica e dal dottore Silvio Chericoni Dirigente presso la Sezione Dipartimentale di Tossicologia Forense dell’Azienda Ospedaliero Universitaria Pisana. Il kit da loro ideato ha il vantaggio rispetto alle tecniche esistenti di essere più semplice, economico e utilizzabile sul posto anche da personale non professionale proprio per la facilità di esecuzione e di lettura dei risultati.
“Il nostro metodo – ha spiegato Mario Giusiani - è l’unico che ad oggi permette di individuare le droghe d’abuso su matrice cheratinica, cioè su capelli e altro materiale pilifero, senza dover ricorrere ad attrezzature altamente specialistiche pur garantendo allo stesso tempo un’assoluta attendibilità dei risultati”.
Dato l’interesse suscitato, l’Università di Pisa e gli inventori stessi sono al momento in trattativa con un’importante azienda del settore per la commercializzazione del brevetto pur rimanendo aperta la trattativa ad altre aziende interessate.
“Considerato che l’uso delle sostanze stupefacenti è purtroppo un fenomeno in continua espansione ed evoluzione - ha concluso Mario Giusiani - la possibilità di avere a disposizione nuovi test in grado di determinare un considerevole numero di droghe con costi contenuti può essere molto utile per arginare in parte il problema, potendo intensificare i controlli anche da parte di strutture pubbliche su soggetti che, per mere questioni economiche, non verrebbero altrimenti sottoposti a tali indagini. Inoltre, vista la facilità d’uso del dispositivo e la totale atossicità del materiale impiegato, le persone possono autonomamente effettuare il test anche a livello domestico per appurare la propria negatività relativamente all’uso di sostanze stupefacenti in quei casi in cui ci si dovesse poi sottoporre ad accertamenti ufficiali”
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Didascalia foto: da sinistra a destra dott. Silvio Chericoni, prof. Mario Giusiani, dott. Fabio Stefanelli
A Ingegneria una conferenza di B. Alan Wallace su scienza e spiritualità
Giovedì 19 maggio, alle ore 15.30, nell’Aula magna della Scuola di Ingegneria, in Largo Lucio Lazzarino, si terrà l’evento inaugurale della convenzione di studio, formazione e ricerca recentemente stipulata tra l’Università di Pisa e l’Istituto Lama Tzong Khapa di Pomaia. Ospite dell’iniziativa sarà B. Alan Wallace, fondatore e presidente del Santa Barbara Institute for Consciousness Studies e presidente del consiglio di amministrazione del Thanyapura Mind Centre a Phuket, in Thailandia, che terrà una conferenza dal titolo “Un approccio empiristico allo studio della coscienza: il punto di incontro tra scienza e spiritualità”. L’ingresso è libero, chi fosse interessato a partecipare è però invitato a comunicare la sua partecipazione a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..
La Scienza Occidentale ha inserito tra i suoi possibili oggetti di studio la Mente e la Coscienza, adottando un approccio “in terza persona” che ha di fatto tenuto a margine, fino ad escluderlo del tutto, il contributo dell’analisi soggettiva. Al contrario, l’esplorazione in prima persona della Mente e della Coscienza, mediante l’utilizzo di tecniche raffinatesi nel corso di oltre 2500 anni di addestramento alle pratiche contemplative, è stata al centro dell’analisi delle Scuole Buddiste e di altre tradizioni Orientali.
Alan Wallace mostrerà come sia possibile, sulla base della condivisione del metodo sperimentale comune sia alla Scienza Occidentale che ad alcune tradizioni Orientali, condurre una esplorazione della Mente e della Coscienza utilizzando insieme i due approcci in modo complementare, analisi in prima e in terza persona, mettendo altresì in evidenza come anche le pratiche contemplative possano essere caratterizzate dagli stessi principi di rigore metodologico adottati dalla Scienza Occidentale. Un tratto di strada da percorrere insieme nell’affascinante viaggio della Conoscenza, alla luce delle recenti acquisizioni delle Neuroscienze e della mutata visione della Realtà conseguente alle scoperte della Fisica moderna.
Biografia di B. Alan Wallace:
B. Alan Wallace ha insegnato meditazione e filosofia buddista in tutto il mondo dal 1976 e ha servito, come interprete, numerosi eruditi e contemplativi tibetani, tra i quali S.S. il Dalai Lama. Dopo aver conseguito la laurea in Fisica e Filosofia della Scienza all'Amherst College nel 1987, ha proseguito il suo percorso di ricerca ottenendo nel 1995 il Ph.D. in Studi Religiosi alla Stanford University. È il fondatore e il presidente del Santa Barbara Institute for Consciousness Studies e il presidente del consiglio di amministrazione del Thanyapura Mind Centre a Phuket, in Thailandia. Ha revisionato, tradotto, scritto e contribuito alla realizzazione di più di quaranta libri sul buddismo tibetano, la sua medicina, lingua e cultura e sul rapporto tra scienza e buddismo, inclusi.
La sfida della mobilità internazionale… oltre l’Europa
Nelle ultime settimane sono arrivati a Pisa 17 studenti provenienti da Egitto, Marocco, Kirghizistan, Tajikistan, Uzbekistan e Serbia e nei prossimi giorni uscirà il bando riservato ai docenti e ai dottorandi dell’Ateneo pisano che potranno trascorrere un periodo di studio o di insegnamento in paesi che fino adesso erano rimasti fuori dalla mobilità Erasmus.
Si tratta dell’“International Credit Mobility KA 107” ed è una delle grandi novità introdotte dal Programma Erasmus+ in cui l’Università di Pisa risulta uno dei pionieri in Italia. Quello che può essere definito “l’Erasmus extra-europeo” consente sia al personale accademico (docenti e tecnici) sia agli studenti afferenti al settore dell’istruzione superiore di paesi “oltre l’Europa” di partecipare a una esperienza di mobilità verso l’Europa, e vice versa.
“Dopo quasi 30 anni di Erasmus ci troviamo ad affrontare una fase nuova – commenta la professoressa Ann Katherine Isaacs, delegata del rettore per i Programmi europei – Con l’Erasmus+ i programmi di mobilità internazionale hanno fatto un ulteriore passo in avanti, aprendosi verso altre aree del mondo. Il merito dell’Università di Pisa è essere riuscita a realizzare progetti di mobilità con 14 paesi extra-europei, con il primato assoluto dell’Asia Centrale, dove la mobilità prevista da e verso l’Università di Pisa risulta essere più del 6% di tutta la mobilità europea. In vari paesi – ad esempio in Tajikistan e in Turkmenistan – vengono sperimentati per la prima volta in assoluto accordi di questo tipo”.
I paesi con cui l’Università di Pisa ha già aperto un totale di 145 mobilità sono Cambogia, Cina, Laos, Mongolia, Vietnam, Kazakistan, Kirghizistan, Tajikistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Egitto, Israele, Marocco e Serbia. Nelle scorse settimane l’Università di Pisa ha organizzato le prime due Staff Training visit per questo progetto: la prima con i coordinatori di università dell'Uzbekistan (Tashkent Pediatric Medical Institute, Andjan State University, Namangan Institute of Engineering and Technology, Marocco (Cadi Ayyad University) e Egitto (Alexandria University). (Foto in alto).
La seconda con i coordinatori di Qingdao Agricultural University (Cina), Zhejiang Ocean University (Cina), Vietnam National University of Agriculture Hanoi (Vietnam), Savannakhet University (Laos), Mongolian State University of Life Sciences (Mongolia), Mongolian University of Science and Technology (Mongolia), International Information Technology University (Kazakhstan), M. Auezov South Kazakhstan State University (Kazakhstan), International University of Kyrgyzstan (Kyrgyzstan), Naryn State University (Kyrgyzstan), Cadi Ayyad University (Marocco), Suez Canal University (Egitto), University of Novi Sad (Serbia). (Foto al centro).
I coordinatori ospiti hanno visitato vari dipartimenti, e hanno presentato le loro università durante una riunione con CAI pisani, in modo da creare un grado più alto di conoscenza reciproca e per facilitare i rapporti futuri.
La mobilità KA 107 è gestita centralmente da:
Sezione Programmi Internazionali, mobilità e formazione
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C/ARTE per la pace. Gru nel cielo tra Hiroshima e Pisa
Il 18 maggio, in occasione dell’International Museum Day, sarà inaugurata al Museo della Grafica di Palazzo Lanfranchi di Pisa (Lungarno Galilei 9) la mostra "C/ARTE per la pace. Gru nel cielo tra Hiroshima e Pisa", ispirata alla storia di Sadako e in memoria delle vittime delle bombe atomiche.
L’inaugurazione si articola in un doppio appuntamento: alle 10 insieme ai bambini e ai ragazzi delle scuole coinvolte nel progetto, e alle 18 per un pubblico più adulto con una conferenza. Nell'occasione interverranno Miho Cibot-Shimma, poetessa, ideatrice del cartone animato per la pace "Sulle ali di una gru. L'avventura di Tomoko", Enza Pellecchia, vicedirettore del Centro Interdisciplinare Scienze per la Pace dell'Università di Pisa, Lorenzo Bastida, poeta, promotore della campagna "Abbracciamo il mondo, Giulia Solano, attrice, voce protagonista del cartone "Sulle ali di una gru" e Yukari Saito, Centro di documentazione Semi sotto la neve e curatrice dei pannelli didattici.
La mostra resterà aperta sino al 12 giugno con orario 9-19 dal lunedì alla domenica e sabato 21, in occasione de "La notte dei Musei aperti", sarà visitabile anche la sera. "C/ARTE per la pace. Gru nel cielo tra Hiroshima e Pisa" è stata curata da Yukary Saito e Martine Friselli; progetto allestimento: Studio architettura Arzel; grafica: Carlo Alberto Arzelà; opere speciali: Carlo Alberto Arzelà e Martine Friselli; opere in falegnameria: B.S.B. snc David Brogi; cartone animato: Miho Cibot; testo e voce: Gammaphi; effetti sonori: MONDORAMA Simone Pozzolini.