Mangiare sano per vivere bene: le esperienze di Pisa e della Toscana
La qualità della vita delle nuove generazioni dipenderà molto dalle nostre scelte alimentari di oggi. E’ questo uno dei temi centrali del convegno “Il cibo che viene e che verrà: mangiare sano per vivere bene. Le esperienze di Pisa e della Toscana” che si svolgerà giovedì 19 maggio dalle 9 alle 16,30 alla Gipsoteca di Arte antica dell’Università di Pisa (Piazza San Paolo all’Orto, Pisa). Alla giornata partecipano esperti dei Ministeri della salute e della ricerca e del centro di ricerca Nutrafood dell’Università di Pisa insieme ad assessori del Comune di Pisa e rappresentanti della Società della salute, del progetto “Pisa città che cammina”, dell’Istituto alberghiero Matteotti, della Camera di commercio e dell’Associazione “La vita oltre lo specchio Onlus”.
Il convegno ha lo scopo di promuovere la conoscenza dei fattori relativi all’alimentazione capaci di migliorare lo stato di salute e favorire il benessere della persona. Numerosi studi hanno infatti dimostrato la capacità di prevenire diverse patologie quali malattie cardiovascolari e metaboliche, patologie infiammatorie e cancro, attraverso una corretta alimentazione basata su cibi che contengano quantità elevate di sostanze anti-ossidanti e anti-invecchiamento. Purtroppo questi studi sono poco noti al grande pubblico così come ancora poco diffuso è il concetto che l’alimentazione fa parte di uno stile di vita che deve privilegiare anche il senso di benessere personale e i rapporti di convivialità. La condivisione dei risultati ottenuti nei campi relativi ad alimentazione, nutraceutica, salute del corpo e della psiche, così come la conoscenza delle iniziative pubbliche per raggiungere questi risultati, rappresentano gli strumenti per aumentare la consapevolezza dei cittadini e consumatori riguardo al valore del cibo, così da migliorare e mantenere il proprio stato di benessere.
La nascita imperfetta delle cose
Mercoledì 18 maggio, alle 17, nella Sala delle Baleari di Palazzo Gambacorti, il fisico pisano Guido Tonelli, tra i principali protagonisti della scoperta del bosone di Higgs, presenterà il suo libro La nascita imperfetta delle cose. La grande corsa alla particella di Dio e la nuova fisica che cambierà il mondo, pubblicato dalla Rizzoli. Oltre all’autore, interverranno il sindaco Marco Filippeschi, il rettore Massimo Mario Augello, il filosofo Alfonso Maurizio Iacono e il fisico Paolo Rossi.
Pubblichiamo di seguito l'Epilogo del volume scritto dal professor Tonelli, dal titolo "Bonobo, scimpanzé e supernove".
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Epilogo.
Bonobo, scimpanzé e supernove
Non siamo le sole scimmie antropomorfe ad avere una visione del mondo. Da tempo ormai i paleoantropologi hanno individuato numerose linee di ominidi che si sono sviluppate in parallelo a quella che ha portato all’Homo sapiens cui apparteniamo. Non siamo i soli ad avere popolato la Terra, assieme a noi l’hanno fatto scimpanzé e bonobo, oranghi e gorilla. Con i nostri cugini stretti, che solo recentemente abbiamo riconosciuto come tali, non condividiamo soltanto una grossa parte del patrimonio genetico. Siamo specie sociali, utilizziamo forme di linguaggio, organizziamo riti e cerimonie e soprattutto abbiamo capacità progettuali e una visione del mondo.
Per tutte le specie di ominidi questo è stato un enorme vantaggio evolutivo. Sapere costruire attrezzi per procurarsi cibo, cercare il sasso giusto per rompere una grossa noce, o il ramoscello sottile che entra nella cavità dove le api hanno deposto il miele, richiede un’idea di sé e della realtà che ci circonda. Organizzarsi per trasmettere al clan ogni forma di potenziale pericolo richiede consapevolezza dello scopo delle nostre azioni e trasmissione di conoscenza fra generazioni.
I progressi dell’Homo sapiens nell’adattarsi agli ambienti più disparati sono stati eclatanti fin dall’inizio, ma negli ultimi 400 anni è successo qualcosa di speciale che ha dato un impulso straordinario alla sua corsa a popolare l’intero pianeta. Questo ominide molto particolare ha trovato uno strumento che gli ha permesso di costruirsi una visione del mondo estremamente più raffinata e completa di quella che aveva sviluppato fino a quel momento. Questo strumento si chiama metodo scientifico, la sua scoperta è relativamente recente e si deve a uno scienziato italiano, Galileo Galilei.
Quando nel 1604 una nuova stella comparve nel cielo, tutti in Europa, in qualche momento, volsero lo sguardo al nuovo astro. Oggi sappiamo che fu una supernova; la chiamiamo SN1604 secondo la nomenclatura che incorpora nella sigla l’anno in cui è avvenuta l’esplosione. Un piccolo gruppo di persone, gli scienziati di allora, studiarono il fenomeno, osservandolo con i primi rudimentali cannocchiali. Lo scienziato pisano cominciò col migliorare il cannocchiale facendolo diventare uno strumento di indagine scientifica e poi, non appena il nuovo strumento raggiunse un adeguato numero di ingrandimenti, si mise ad osservare la Luna e i principali pianeti del Sistema solare. La sua attenzione si concentrò su Giove e le strane stelline che lo circondavano e sembravano fare dei movimenti bizzarri. Le conclusioni cui giunse non lasciarono adito a dubbi: erano satelliti di Giove.
Galileo vide cose che non doveva vedere: la Luna non è un astro perfetto e incorruttibile, come si pensava allora, ma è piena di vallate e di montagne che assomigliano a quelle terrestri; intorno a Giove ruotano quelli che lo scienziato pisano chiamerà i “satelliti medicei” e insieme formano un sistema solare in miniatura. Galileo vide tutto questo e, cosa ancora più inaudita, ebbe il coraggio di scrivere quello che vide.
Quando Galilei pubblica il Sidereus Nuncius nel 1610, nessuno può immaginare che quelle osservazioni, che gli portarono fra l’altro un sacco di guai, avrebbero cambiato per sempre il mondo. Si trattò di un cambiamento epocale il cui impatto può essere paragonato alle grandi rivoluzioni come lo sviluppo del linguaggio, dell’arte e del simbolico.
Con Galilei nasce la scienza moderna e la modernità in generale. Per cercare di capire la natura, per costruirsi una visione del mondo più completa, non si ricercano conferme di quanto è già scritto nei libri o è tramandato dalla tradizione. L’uomo diventa un essere libero, che cerca dentro di sé spiegazioni al mondo che lo circonda, nella propria intelligenza e nella propria creatività. Si indaga la natura, si costruiscono congetture e se ne verificano le conseguenze organizzando sensate esperienze; quando la congettura fallisce e non riesce a dar conto anche del più residuale dei fenomeni, si ricorre a un’altra congettura. Così la scienza amplia i propri orizzonti, corregge i propri limiti e i propri errori, e acquista quella potenza di previsione che, ancora oggi, la rende protagonista dei cambiamenti più profondi.
Di fronte a noi ci sono oggi nuove sfide che richiederanno, con tutta probabilità, un altro cambio di paradigma nel modo di pensare il mondo. Forse, con la scoperta del bosone di Higgs, questo qualcosa è già cominciato. Forse avverrà ancora che, fra alcuni anni l’umanità potrà accelerare ulteriormente la sua corsa, sviluppando tecnologie oggi impensabili.
Per produrre una nuova rivoluzione concettuale nella fisica non so quanto tempo ci vorrà, forse decenni, forse di più. Ma sono certo che il punto di partenza sarà una nuova generazione di giovani scienziati: menti fresche, ardite, desiderose di dimostrare al mondo che possono riuscire laddove tutte le generazioni precedenti hanno fallito.
Abbiamo la fortuna di vivere in un Paese in cui, malgrado tutto, ci sono ancora ottime condizioni per permettere ai giovani brillanti che vogliono dedicare la loro vita alla ricerca di eccellere: una grande tradizione nella fisica delle alte energie, alcune ottime università, una efficiente organizzazione della ricerca basati su enti come l’Infn, con i suoi laboratori e le sue infrastrutture che tutto il mondo ci invidia.
Mi auguro soltanto che la lettura di questo libro possa avere ispirato a qualcuno di queste ragazze e ragazzi la voglia di intraprendere un’avventura che potrebbe cambiare per sempre la loro vita e, forse, quella di tutti noi.
Guido Tonelli
Un team di studenti dell’Università di Pisa vince l’Internet of Things Hackathon
Un team studenti dell’Università di Pisa si è classificato primo all’Internet of Things Hackathon, un evento-maratona nel campo dell’informatica dove tecnologia e talento incontrano le esigenze del mondo industriale. La competizione, organizzato da Var Group e sponsorizzata da Dell, si è svolta a Cervia dal 4 al 6 maggio. L’obiettivo della competizione era di individuare e realizzare soluzioni innovative ad alcuni problemi formulati direttamente dalle imprese, che in questa edizione appartenevano al settore della grande distribuzione e dell’alimentare. In particolare le soluzioni dovevano essere realizzate in 36 ore e dovevano basarsi sull'uso di tecnologie dell’Internet of Things (IoT), ossia l’”Internet delle Cose”.
Il team vincitore era formato da cinque studenti del corso di laurea magistrale in Computer Engineering del dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università di Pisa: Luigi De Bianchi, Fabio Greco, Giulio Micheloni, Pietro Piscione, Alessio Villardita. Ognuno di loro si è così aggiudicato un contratto di collaborazione da € 5000, finalizzato al completamento dell’idea premiata.
Il team pisano ha vinto realizzando un sistema in grado di automatizzare la gestione delle bolle di accompagnamento, del flusso di documenti e dei magazzini di una grande azienda. A tale scopo i ragazzi hanno realizzato delle app per smartphone in grado di dialogare con servizi Cloud e di interagire con tag NFC (un tag NFC è una specie di codice a barre che può essere letto e scritto semplicemente avvicinando lo smartphone).
"E’ stata un’esperienza unica e molto emozionante – hanno raccontato gli studenti dell’Ateneo pisano - Abbiamo avuto l'opportunità di confrontarci con problemi reali e di mettere a frutto tutto quello che abbiamo imparato in 5 anni di studi universitari. Ogni membro del gruppo si è comportato in modo egregio e fondamentale si è rivelato il gioco di squadra, soprattutto nei momenti in cui la stanchezza e la poca lucidità sembravano avere la meglio. Vincere è stata una grande soddisfazione.
Alla ricerca delle radici della botanica occidentale nell’antico Egitto
La botanica occidentale affonda le sue radici nell’antico Egitto, ben prima cioè dell’epoca greca o romana. E’ questa la tesi del saggio “Gli erbari dell’antico Egitto” che la professoressa Marilina Betrò dell’Università di Pisa ha scritto per il volume “Naturalia e Artificialia: Le piante e i fiori d'Egitto nell'esperienza museografica degli scavi e degli erbari” appena pubblicato in Spagna.
Il saggio riscostruisce l’approccio “scientifico” (con gli ovvi limiti che il termine può rivestire in rapporto al nostro concetto moderno di scienza) degli antichi Egiziani verso il mondo vegetale e mette in luce alcuni dati che permettono di dedurre l’esistenza di una letteratura botanica precedente ai ben più tardi erbari demotici, greci e copti. Nello specifico, l’ipotesi è che già almeno intorno alla metà del II millennio a.C. esistessero testi botanici di riferimento come dimostrano le glosse o le interpolazioni descrittive di piante rinvenute già nel celebre papiro medico Ebers (ca. 1550 a.C.) e poi in alcuni papiri successivi. Queste descrizioni hanno infatti una struttura sostanzialmente omogenea che segue uno schema prefissato evidentemente consolidato da una lunga tradizione scientifica e che comprende il nome della pianta, la descrizione dell’habitat e quella botanica, il tempo e il modo di raccolta e gli effetti collaterali o nocivi.
“Malgrado l’esiguità delle fonti, i problemi relativi al lessico tecnico e la mancanza di studi specifici – spiega Marilina Betrò – è comunque possibile ipotizzare una vitalità e continuità della cultura erboristica-botanica dell’antico Egitto, che dagli erbari d’età romana e dal filone ermetico sarà poi destinata a confluire nella grande tradizione medievale”.
Searching for the roots of western botany in Ancient Egypt
Western botany traces its roots back to Ancient Egypt, that is to say well before the Greek and Roman era. This is the theory illustrated in the essay “Herbals in Ancient Egypt” written by Professor Marilina Betrò from the University of Pisa for the volume “Naturalia e Artificialia: Le piante e i fiori d'Egitto nell'esperienza museografica degli scavi e degli erbari” which has just been published in Spain.
The essay reconstructs the “scientific” approach (within the limits the term holds in comparison to the modern concept of science) followed by the Ancient Egyptians as regards the plant world and brings to the fore some data which suggest the existence of botanical literature preceding the much later Demotic, Greek and Coptic herbals. More specifically, it can be assumed that botanical reference texts existed at least in the middle of the second millennium BC as can be seen from the descriptive glosses or interpolations of plants already present in the renowned Papyrus Ebers medical documents (ca. 1550 BC) and in some subsequent papyri. These descriptions have an essentially similar structure following an established outline consolidated by a long scientific tradition and which include the name of the plant, the botanical description and that of the habitat, the time and place of picking and the possible side effects.
“In spite of the exiguity of the sources, problems related to the technical lexis and the lack of specific research,” explains Marilina Betrò, “it is however possible to envisage a vitality and continuity of the herbal and botanical culture of Ancient Egypt which through the herbals of the Roman era and the Hermetic thread will merge with the great medieval tradition.”
Alla ricerca delle radici della botanica occidentale nell’antico Egitto
La botanica occidentale affonda le sue radici nell’antico Egitto, ben prima cioè dell’epoca greca o romana. È questa la tesi del saggio “Gli erbari dell’antico Egitto” che la professoressa Marilina Betrò dell’Università di Pisa ha scritto per il volume “Naturalia e Artificialia: Le piante e i fiori d'Egitto nell'esperienza museografica degli scavi e degli erbari” appena pubblicato in Spagna.
Il saggio riscostruisce l’approccio “scientifico” (con gli ovvi limiti che il termine può rivestire in rapporto al nostro concetto moderno di scienza) degli antichi Egiziani verso il mondo vegetale e mette in luce alcuni dati che permettono di dedurre l’esistenza di una letteratura botanica precedente ai ben più tardi erbari demotici, greci e copti. Nello specifico, l’ipotesi è che già almeno intorno alla metà del II millennio a.C. esistessero testi botanici di riferimento come dimostrano le glosse o le interpolazioni descrittive di piante rinvenute già nel celebre papiro medico Ebers (ca. 1550 a.C.) e poi in alcuni papiri successivi. Queste descrizioni hanno infatti una struttura sostanzialmente omogenea che segue uno schema prefissato evidentemente consolidato da una lunga tradizione scientifica e che comprende il nome della pianta, la descrizione dell’habitat e quella botanica, il tempo e il modo di raccolta e gli effetti collaterali o nocivi.
“Malgrado l’esiguità delle fonti, i problemi relativi al lessico tecnico e la mancanza di studi specifici – spiega Marilina Betrò – è comunque possibile ipotizzare una vitalità e continuità della cultura erboristica-botanica dell’antico Egitto, che dagli erbari d’età romana e dal filone ermetico sarà poi destinata a confluire nella grande tradizione medievale”.
Un team di studenti dell’Ateneo vince l’Internet of Things Hackathon
Un team studenti dell’Università di Pisa si è classificato primo all’Internet of Things Hackathon, un evento-maratona nel campo dell’informatica dove tecnologia e talento incontrano le esigenze del mondo industriale. La competizione, organizzata da Var Group e sponsorizzata da Dell, si è svolta a Cervia dal 4 al 6 maggio. L’obiettivo della gara era di individuare e realizzare soluzioni innovative ad alcuni problemi formulati direttamente dalle imprese, che in questa edizione appartenevano al settore della grande distribuzione e dell’alimentare. In particolare le soluzioni dovevano essere realizzate in 36 ore e dovevano basarsi sull'uso di tecnologie dell’Internet of Things (IoT), ossia l’"Internet delle Cose”.
Il team vincitore era formato da cinque studenti del corso di laurea magistrale in Computer Engineering del dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università di Pisa: Luigi De Bianchi, Fabio Greco, Giulio Micheloni, Pietro Piscione, Alessio Villardita. Ognuno di loro si è così aggiudicato un contratto di collaborazione da € 5000, finalizzato al completamento dell’idea premiata.
Il team pisano ha vinto realizzando un sistema in grado di automatizzare la gestione delle bolle di accompagnamento, del flusso di documenti e dei magazzini di una grande azienda. A tale scopo i ragazzi hanno realizzato delle app per smartphone in grado di dialogare con servizi Cloud e di interagire con tag NFC (un tag NFC è una specie di codice a barre che può essere letto e scritto semplicemente avvicinando lo smartphone).
"È stata un’esperienza unica e molto emozionante – hanno raccontato gli studenti dell’Ateneo pisano - Abbiamo avuto l'opportunità di confrontarci con problemi reali e di mettere a frutto tutto quello che abbiamo imparato in 5 anni di studi universitari. Ogni membro del gruppo si è comportato in modo egregio e fondamentale si è rivelato il gioco di squadra, soprattutto nei momenti in cui la stanchezza e la poca lucidità sembravano avere la meglio. Vincere è stata una grande soddisfazione".
Foto, da sinistra: Luigi De Bianchi, Fabio Greco, Pietro Piscione, Giulio Micheloni, Alessio Villardita
Pisa Rock Festival
Il 20 e il 21 maggio l'associazione "Sinistra per... l'integrazione e le culture" organizza la decima edizione del Pisa Rock Festival, con il contributo di ateneo alle attività studentesche.
Programma
20 Maggio ore 21.21
giardino del Dipartimento di Agraria
"Concertone"
Voina Hen
Appaloosa
21 Maggio ore 21.21
giardino del Dipartimento di Agraria
"Pisa Rock Night"
Cortex
Vallan2a5ka
Ingresso gratuito
Info e contatti
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Al Museo di Storia Naturale il più grande acquario d’acqua dolce d’Italia
È il più grande acquario d’acqua dolce d’Italia ed è stato inaugurato venerdì 13 marzo al Museo di Storia Naturale dell’Università di Pisa ospitato nella monumentale Certosa di Calci. La spettacolare esposizione, con i suoi oltre 500 metri quadri di ampiezza e gli oltre 60.000 litri d’acqua, è organizzata in cinque settori con grandi vasche dedicate alle acque interne di Asia, America, Europa e Africa, tutto all’interno delle cantine trecentesche della Certosa.
“Molti pensano che la biodiversità dei pesci ci sia solo in mare ma naturalmente non è così – racconta il professore Roberto Barbuti direttore del Museo di Storia Naturale - le nostre vasche stupiranno per varietà di forme e di colori, dai pesci alligatore, ai gourami giganti, che vivono nelle risaie asiatiche, ai piranha, sino al pesce gatto con la coda rossa che può superare anche i 20 chili di peso”.
Un acquario dunque che come una scrigno accoglierà una biodiversità incredibile, con degli esemplari quasi unici, come i Phreatichthys andruzzii, dei piccoli pesci molto particolari, senza occhi, scaglie o pigmento originari delle grotte della Somalia, ma probabilmente già estinti in natura.
“Un primo nucleo dell’acquario, con 24 vasche dai 700 ai 1.500 litri, era già presente al Museo dal 2008 – ha concluso Roberto Barbuti - l’attuale ampliamento è stato possibile anche grazie al contributo della Fondazione Pisa, dell’Università e con un consistente investimento da parte del Museo stesso, grazie al quale abbiamo potuto installare altre dodici grandi vasche che vanno dai 3.000 ai 10.000 litri”.
Due spin off dell’Università di Pisa finaliste all’Italian Master Startup Award
Jos Technology e SpaceDys, due spin off dell’Università di Pisa, sono arrivate fra le dodici finaliste dell’Italian Master Startup Award, un riconoscimento promosso dal 2007 che premia l’operato di giovani imprese hi-tech nate dalla ricerca accademica e che quest’anno è stato assegnato ad ABINSULA, spin-off dell’Università di Sassari.
Jos Tecnology, una startup nata nel 2013 dal programma Phd+ promosso dall’Ateneo pisano, offre soluzioni innovative per la ricarica elettrica senza fili e la trasmissione dei dati. Marco Ariani, architetto ne è l’ideatore e fondatore insieme a Eleonora Romiti, esperta in soluzioni museografiche. SpaceDys invece è stata fondata nel 2011 come spin off del gruppo di meccanica celeste dell’Università di Pisa e offre servizi e sviluppo di software nel settore aerospaziale.
L’Italian Master Startup Award è promosso da PNICube, l’associazione degli incubatori e delle business plan competition accademiche italiane e quest’anno è stato organizzato in collaborazione con Enne3, l’incubatore d’imprese dell’Università degli Studi del Piemonte Orientale. Il premio, che è stato assegnato a Novara il 12 maggio, è l’unico su base nazionale che va a riconoscere gli effettivi risultati conseguiti dalle startup nate in ambito accademico nei loro primi anni di vita.